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mercoledì 2 dicembre 2015

La filosofia di una donna con il pancione.

Da quando una donna indossa il pancione gode di un certo riconoscimento - estetico, sociale, escatologico - per il solo fatto di occupare una porzione maggiore di spazio.
Ne va fiera: lo esibisce in pubblico, rimane interdetta se qualcuno non si accorge di esso.
Lo dice a tutti che ha - finalmente - una pancia, persino alle compagne delle elementari ritrovate su Facebook. Le compagne rispondono: Che bello, che felicità. 
La pancia genera indulgenza.

Le amiche le scattano foto al pancione – di fronte, di tre quarti e di profilo -, il marito ci appoggia l'orecchio o la mano o la bocca con un certo misticismo, i medici lo schiacciano con le due mani insieme e annuiscono, donne sconosciute con le unghie dipinte lo intercettano come fosse un pallone quasi in rete e predicono il suo futuro (è un maschio/è turbolento, è una femmina/è complicata). Le hanno anche insegnato a respirare, e sbuffa insieme ad altre donne: ansima, non ha il ritmo giusto, e la rimproverano.
Lei si gratta il pancione, e la notte lo appoggia di traverso come una sacca gettata in un bagagliaio colmo.



Una donna incinta è la sua pancia, pura materia che occupa una superficie notevole.  Lei si sente così, gli altri la trattano così, una res extensa, incapace di pensare e determinata da leggi fisiche, come un orologio o un frullatore. E la res cogitans, dov'è finita?

Secondo Cartesio, il corpo può essere percepito solo dalla mente. Invece, quella donna sente il corpo con il corpo: attraverso gli attacchi di nausea o i primi movimenti di suo figlio, una falena intrappolata in una lampada. Quando si spoglia vede una riga, che sembra tracciata col carbone, dall'ombelico in giù.
Qualcosa di grandioso sta per accadere, e lei si sente esclusa. La sua mente è come quella falena: sbatte i pensieri e si brucia le ali.

Eppure Cartesio avvertiva: l'evidenza non viene dai sensi; quelli ingannano, e scambiano il riflesso di un remo immerso nel mare per un remo spezzato in due. Scambiano una pancia per un bambino. Scambiano una donna con la pancia per una madre.
Senza il pensiero non si riescono a mettere insieme i frammenti casuali della realtà: chiazze sulla pelle come quelle di una banana marcescente, bozzi che sembrano mani o minuteria del ferramenta o piedi che premono sulla pancia come per squarciarla, sogni di pelli sudate e guance arrossite.

È incinta, e si è dimenticata perché.
Perché ha paura, perché le viene da piangere e da ridere nello stesso momento, perché prova un tale struggimento per qualcuno che non c'è ancora, o che ha perduto.

Tra uno sbuffo e uno sbattere di ali, cerca quel punto di congiunzione tra mente e corpo, laggiù, in quel corpo dentro il suo corpo. 

martedì 3 novembre 2015

Le lacrime dei bambini.

Quando i bambini piangono, le lacrime sembrano venir fuori dagli occhi e dalla bocca e dalle orecchie. I bambini piangono con il volto intero, a volte persino con il resto del corpo, dalle mani e dai piedi sgocciolano lacrime.
Cosa farci di tutte quelle lacrime? Terrorizzano quando sono neonati, irritano quando prendono confidenza con i capricci. E ora, che farci? Ora mi piacerebbe capirle.

BabyP è una bambina di quattro anni, che ha un livello di lacrime sotto la media (se si escludono quelle finte, da soap opera sudamericana).
Da un anno circa andava a nuoto, cuffia, occhialini e una certa dose di talento nel fare i tuffi senza tapparsi il naso. Quest'estate scivolava nel mare per mano a me e suo papà, senza i braccioli, e con la testa sott'acqua.
Così, a settembre, siamo tornate in piscina, lei con la sua cuffia, io con il mio libro. Quando entra in piscina mi fa ciao con la mano, io rispondo al saluto, poi mi dedico alla lettura clorata per un'oretta; esce dall'acqua e mi fa di nuovo ciao con la manina.
L'altro giorno ho sollevato lo sguardo dal libro, per farle un ciao di straforo, e al posto della sirenetta ho trovato una bambina in lacrime, glu mamma glu glu glu. 
Abbiamo parlato; siamo tornate in piscina. Glu glu glu mamma glu.
Abbiamo parlato; hanno parlato padri, nonni, altre madri. Resisti, è piccola, era un pesciolino, piange, non dargliela vinta.
A me però parlavano solo quelle lacrime.



Ieri era il giorno della piscina, ma non ci andiamo più in piscina. Io alla fine non ho capito cosa mi dicessero quelle lacrime, ma mi avevano bagnato la faccia, la maglietta, l'anima tutta inzuppata.

Visto che in piscina non andiamo più, siamo andate ai giardini. Le ho concesso un giro sulla giostrina come se dovessimo festeggiare qualcosa, forse il fatto che io delle sue lacrime non capisco nulla. Il signore della giostrina ha lasciato finire Roma Bangkok e, appena è salita babyP, ha messo su Amedeo Minghi. Guardavo la giostra girare malinconica, e pensavo al codino biondo di Minghi, e all'essere madre, inzuppata delle sue lacrime. Eppure, mi sono sentita felice.





giovedì 10 settembre 2015

"Eppure non so pensare che a te, e mi piace dirti queste cose."

Vorrei con lei andare, sotto il cielo di città dalle nuvole fisse, andare nei nostri posti, quelli di una mamma e di una bambina, i giardinetti, l’asilo, il bar delle veneziane gonfie di crema. In questi luoghi fare quello che sappiamo fare, la mamma che dice no, poi abbraccia, e si dimentica, la bambina che dice sì, poi abbraccia, e si dimentica.





Vorrei con lei correre, sotto il cielo di mare dalle nuvole mobilissime, correre schizzando sabbia acqua e squame, come le sirene di un bestiario medievale, metà umane metà pesce; scivoliamo nel mare, prima con la testa poi con la coda. Cantare come le sirene, io ammalio lei, lei ammalia me.





Vorrei che lei andasse e corresse, sotto un cielo senza nuvole, le nostre mani che si slacciano; la sua vita che si allontana in luoghi che non conosco, una città troppo caotica, un fidanzato troppo saccente, un’università troppo straniera (Valeva la pena andare così lontano?, le chiedo. Sì, mi risponde sempre, La mia vita è lontana ma le mani sono vicine, posso quasi toccarti). 
Ci parliamo attraverso lo schermo del pc: non riesco a toccarlo quel volto dimagrito, da donna. Ci sono solo le domande a cui non risponde (Mangi, dormi, respiri?, le mie preoccupazioni legate alla vita vegetativa, le stesse di quando aveva due anni e applaudivo per una popò fatta nel vasino) e la risposta di una vita che sente e comprende e ama, quella che cercavo in quel volto sciupato: Mamma, sono felice.

venerdì 17 aprile 2015

Ai baci si dice sempre: Sì!

Alle medie sapevano di aranciata coca cola e sprite. Erano baci appiccicosi che volevi e non volevi. Le feste pomeridiane trascorrevano scialbe, aranciata coca cola e sprite, fino al gioco della bottiglia. Era il momento in cui volevi e non volevi, caldo nella pancia e brividi di terrore. La bottiglia puntava proprio lui, le sue labbra: lui voleva, si avvicinava, ma tu tentennavi, la bocca pudica. Così arrivava una tua compagna più sveglia, col body aderente e il gloss sulle labbra, e lo baciava lei.

Hai iniziato a svegliarti: baciavi tutti ai tempi del liceo, il ragazzino che ti aspettava all'uscita sullo scooter e quello a cui ti avvinghiavi sui divanetti della discoteca. Davi baci appassionati e baci molli, alcoolici. Sapevano di Brooklyn, sigarette e vodka alla pesca: indigesti, ma necessari per sentirti la più bella. Non ti hanno mai eletta miss liceo, neanche un terzo posto, ma avevi una lista lunghissima di baci che faceva schiattare d'invidia anche la biondina con la corona e la fascia.




Alla fine del liceo hai dovuto scegliere, facoltà e uomini: sei diventata più selettiva. Ordinata: da una parte le cose giuste al sapore del nulla (un fidanzato che piaceva ai tuoi, gli esami con la lode, il corso di mandarino e l'ECDL e le lezioni di GAG) e dall'altra quelle sbagliate, sapide (quelli che piacevano a te, i soliti dannati, l'Erasmus, i corsi a cui non sei mai andata: pagavano i tuoi gli aperitivi che ti bevevi insieme ai corsi).

Un giorno hai iniziato a baciare sempre lo stesso, e i baci hanno iniziato ad avere il gusto di lui. Bevevate, fumavate, mangiavate sushi indiano panini con salsiccia alle quattro del mattino, eppure i baci sapevano solo di lui, essenza umana. Ti sei decisa a sposarlo, un gusto sempre più umano, familiare, di mobili Ikea ed erbe aromatiche sul balcone; non ti lavavi neanche più i denti il mattino prima di baciarlo. Baciavi lui e sapevi chi era, e chi eri tu: cosa avevate deciso di essere.

Una mattina di sole è nata una bambina, l'hai baciata tra le lacrime, e sapeva di margherite e sangue e latte di mandorle. E così sono tornati i baci di tutti i tempi, dalla preistoria al postmoderno, i baci dati e quelli negati:

-Mi dai un bacio?
- No!

[ Dopo quattro giorni.]

- Ti do un bacio perché mi è venuta voglia.
- Sì!

[La bottiglia gira quando vuole lei.]



giovedì 13 febbraio 2014

L'amore è una visione.

L'amore procede per visione.
L'amore, spiegava Platone, è un flusso - un desiderio di bellezza - che colpisce gli occhi e, attraverso questi, può arrivare all'anima.

L'amore per babyP è nato dalla contemplazione di uno zainetto a forma di tartaruga.
E poi?
Non vede occhi pieni di malia
o una stanza piena di giocattoli
o un futuro opaco.
BabyP non vede i particolari di quell'amore. 


BabyP e il bambino con lo zainetto a forma di tartaruga s'incontrano, ai giardini o all'asilo o per strada, tra una Panda parcheggiata e un cassonetto della spazzatura. La scenografia è superflua - un tavolo a lume di candela o Parigi o un tramonto davanti al mare -, loro non stanno recitando.




Non si abituano. 

Si annusano e si leccano la faccia.
Non provano vergogna; sanno di orsetto gommoso e pizza coi würstel. 

Non pensano al ciclo dell'amore che, come una lampadina, si accende, spande luce e poi si fulmina. Non sanno che dentro la luce esiste la possibilità del buio.
I loro occhi sono sempre luccicanti.





Si esprimono così: voglio giocare con te all'indiano, vieni a mangiare il biscotto con me, andiamo via. Affermano, non prendono tempo - non usano mai l'avverbio "domani"-. 
Sono parole che non fanno male, e neppure bene: sono parole che portano da qualche parte. Accanto.

Non si mostrano migliori di quello che sono; non si esibiscono. 
Lui le chiede chi sei, e lei risponde sono io. Non ha un cognome né un indirizzo né una professione. 

Uno sull'altalena, l'altra sullo scivolo, uno disegna il mare, l'altra scarabocchia leoni, uno fa la pipì dietro un albero, l'altra si soffia il naso. 
Sono fiduciosi; non si controllano. Hanno in mano una libertà felice.




L'amore per babyP è uno zainetto a forma di tartaruga, così leggero da poter essere messo in spalla anche all'anima.



mercoledì 27 novembre 2013

La filosofia dei biscotti.

Mamme e bambini fanno i biscotti.

Si fa una cosa insieme, sospira la mamma.
È la copia del mondo, delle stelle e dei funghetti e dei fiori a sei petali, dolce e fasulla e imperfetta come ogni copia, direbbe Platone.
S'impara la manipolazione, suggerisce la maestra d'asilo.

Abbiamo fatto molti biscotti io e babyP negli ultimi tempi, le dosi a memoria - 200 grammi di farina, 100 di zucchero e 100 di burro a temperatura ambiente, un rosso d'uovo- e i gesti sempre uguali -impasta, forma una palla liscia, stendi e bucherella con le formine -.





Non ricordo se qualcuno abbia poi mangiato quei biscotti.
Sono stati un'abitudine tiepida come i termosifoni quando si accendono al mattino presto.
Un imbuto per far defluire tutto quel tempo immobile e dilatato.
Una sensazione di casa; di sicurezza e angoscia. 

Stamattina io e babyP eravamo in cucina, sedute sugli sgabelli alti.
C'era la solita massa dolce e morbida e collosa, e le nostre mani che facevano i soliti biscotti di stelle e burro e funghetti e farina e fiori a sei petali e zucchero.
C'era il sole che si schiacciava contro le piastrelle della cucina.
C'era la colonna sonora di Drive che mi ha ricordato una cosa buffa e leggera di me. 

C'eravamo io e lei, con la farina sul golf e le palline di pasta frolla nei capelli. Ci siamo messe a ridere, e mi è sembrata un cosa bellissima e preziosa che non tornerà più.







sabato 2 novembre 2013

Siamo due che camminano insieme.

Io e babyP camminiamo per le vie della città, con la sua mano piccola nella mia mano grande. 

Camminiamo senza meta e senza ritmo, strascicando i piedi. 
Siamo libere, in quella forma inconcludente che ci fa percorrere un isolato leggere e canterine e vanitose (ci specchiamo nelle vetrine) e un altro pesanti e uggiose e vergognose (ci fissiamo la punta delle scarpe).

Andiamo avanti, da una piazza a un vicolo, da un vicolo a un ponte, per poi tornare sui nostri passi.

Non cerchiamo niente, neanche la bellezza, ma quella ogni tanto arriva, camuffata da oggetti sospesi per aria o da una ragazzina che ha tagliato da scuola e non cerca niente, neppure lei, solo farsi ferire gli occhi dal sole.




Camminiamo come facevano Rousseau, Kierkegaard e Nietzsche, e tanti altri, per farci delle domande o per smettere di farcele. 
Ognuna cerca di tornare a se stessa, come può.

BabyP, un piede piccolo dietro l'altro, ha bisogno di sapere - perché quel signore ride, perché ora è buio, perché ci fermiamo - . Io, un piede grande dietro l'altro, ho bisogno di respirare e vivere - forse la felicità non esiste, tolgo il tappo della vasca da bagno e mi lascio risucchiare, insieme all'acqua sporca, non lo so, non m'interessa più dare un senso a tutti questi episodi che accumulo, butto le scarpe vecchie e non ci penso più -. 



Dopo un po' che camminiamo, inizio a sentire dolore al braccio, come se babyP mi ancorasse a questa strada, a questa città, a questa vita.
Allora le dico facciamo cambio, e la faccio volteggiare verso l'altra mano, ma poi il dolore si allunga sull'altro braccio, e babyP è costretta a danzare da una mano all'altra. 

Siamo due che camminano insieme, e ogni tanto fa un po' male.




martedì 8 ottobre 2013

Il cuore punge.

"Il cuore punge", ha detto babyP mentre aspettavamo l'autobus, mano nella mano, come due vecchietti sposati da cinquant'anni.

Il cuore non accarezza e non strangola, non lecca e non pugnala, ma punge.

Gli aculei del cuore sono come le setole delle spazzole per fare la piega. Le spazzole termiche per capelli, grosse come rotoli di carta igienica e ispide come vecchi zerbini sui pianerottoli.



Ti sei punta quando hai ricevuto un bigliettino - un origami simile a un fiore di loto - dal vicino di banco del tuo compagno delle medie, quello coi denti bianchi e diritti senza placchette di metallo. Sfogliavi i petali e leggevi ti vuoi mettere con me?, lo richiudevi veloce, scottava, e poi lo riaprivi per crogiolarti nell'amore. Lo hai fatto aspettare un po' per dirgli sì, lo voglio, perché le suore ti avevano insegnato la dote della pazienza o della malizia, e, mentre contavi fino a cento, hai visto almeno altre sette tue compagne giocare col fiore di loto, e pregare sommessamente uno, due, cento.

Ti sei punta quando ti ha detto io più di così non ce la faccio: ti ho preso l'attico, la poltrona di Fukusawa e le fedine di Cartier per i tuoi ossicini di pollo. Un bambino non ce la faccio a comprarlo.

Ti sei punta quando sei uscita da quelle lenzuola, e te le sei avviluppate attorno alla vita - per nascondere un sedere floscio come un soufflé mal riuscito -, e non c'erano più lenzuola sul letto, solo lui, nudo e senza difese. Hai iniziato a camminare come una principessa con lo strascico verso il bagno, e lui ti ha chiamato. Ti sei voltata, con occhi gialla da gatta, e lui ha iniziato a tirare un angolino dello strascico, e tu hai pensato ha voglia di giocare, e ti sei messa a piroettare mentre lui riavvolgeva il lenzuolo. Si è coperto le gambe, il petto e fin sulle orecchie, ha dato le spalle al tuo sorriso, e si è messo a dormire.



Il cuore, come le spazzole termiche, brucia, tira, e soprattutto punge, ma pare che lasci la possibilità di una vita setosa, soffice e brillante.




mercoledì 10 aprile 2013

Deliri ed egoismi febbrili.

Anche io voglio scrivere di febbre.


La febbre dei bambini, che sfiora temperature iperboliche, è un valido argomento sull'ambiguità umana. 
La questione che solleva è: pessimismo od ottimismo antropologico? L'uomo è egoista o altruista per natura?

La febbre dei propri figli apparentemente sospende la natura egoistica con tutta quella abnegazione, cura dell'altro, privazione di sé (non mangio, non mi lavo, non dormo). 
Eppure, oltre quelle coperte rimboccate e quei baci sfiorati, l'essere umano riesce a produrre una serie spaventosa di pensieri egoistici e prepotenti.

Al terzo giorno di febbre di babyP, e alla novantaseiesima goccia di tachipirina, sono ridotta a essere una madre inadatta e spregevole.

(Le giornate sono come le notti, così lunghe e amplificate che non finiscono mai: diventano giorni senza bagliore).

Trascorro la giornata sul divano, con un esserino del peso di una cassa d'acqua addosso. Il corpo è anchilosato, la mente delirante, la natura umana dilaniata dall'ambiguità.
Le pareti sono color crema rancida, bisognerebbe ripitturare, c'è qualche crepa strutturale, i quadri sono tutti sbilenchi. Provo a scollare queste ore infinite dalle pareti come con una vecchia tappezzeria a fiori.



Le leggo di tutto: favole, ricettari, volantini delle offerte dei supermercati. Qualche classico: oggi ho provato con Fiesta, ma babyP è diventata insofferente alle parole. Perdiamo aggettivi e avverbi per strada, e il sole non sorge mai.

(Vorrei essere Lady Brett Ashley che ammalia senza essere bella, che ride senza essere felice, che beve senza essere sbronza. Vorrei sedermi in un bar fumoso, a Pamplona, con donne dalla bocca rossa e toreri dagli occhi neri, che si muovono veloci). 






Sento il suo respiro affannato, e il mio cuore inizia a battere all'impazzata come il suo.


(Vorrei calarmi dal balcone, annodando lenzuola e asciugamani e federe, e vagare per le strade della mia città così come sono, cenciosa).

BabyP mugola. Le accarezzo i capelli arruffati e sporchi. Il tempo è dilatato in un istante infinito: sono sempre le 15.13. È come quando a scuola c'erano due ore di seguito di matematica, che non passavano mai.

(Vorrei avere quindici anni, e andare in due in motorino, schivando il vigile coi baffi neri, e sentire l'odore della fine della scuola. Odore di libertà).



Le misuro la febbre, spesso, con l'espressione ottusa di quelli che giocano alla roulette e sperano che esca il numero su cui hanno puntato tutto. Ho il vizio, ormai; le misuro la temperatura ogni ventitré minuti confidando nel numero fortunato: il 37.


(Vorrei stendermi su un prato, con i fili d'erba che mi fanno il solletico, e le margherite infilate dietro le orecchie).


Accendo la TV e scopro che Maria de Filippi va ancora in onda, ma i tronisti sono tutti invecchiati, i muscoli sgonfiati, le canotte allungate, i capelli imbiancati. I tronisti hanno settant'anni ma continuano a parlare di sé in terza persona, come babyP. 

(Vorrei spogliarmi di quest'aria perbenino, dei capelli alla de Filippi, ed essere lievemente sopra le righe, come Alice Glass. Vorrei sbandare un po').






Vorrei smettere i panni della madre modello, e anche quelli della madre mediocre, e tornare a quando ero bambina, in agosto con 42 di febbre, e alle pezze bagnate che mia mamma mi metteva sulla fronte e sui polsi. Al giornalino che mi comprava. Al suo volto che compariva, stirato in un sorriso, appena io piagnucolavo.
Voleva scappare anche lei da quei giorni d'aria brodosa?
Forse sì, ma a me è rimasta appiccicata addosso solo la frescura di quelle pezze. Mi è rimasto appiccicato addosso l'amore.








martedì 19 marzo 2013

Odi et amo.

Secondo Empedocle alla radice del ciclo cosmico vi sono due forze divine, Amore e Odio, che uniscono e separano gli elementi primordiali. 




Non esiste una vita tutta d'amore,
unità indifferenziata di cose belle,
autosufficiente, e solitaria,
abbagliante.

Non esiste nemmeno una vita fatta di solo odio,
guerra permanente,
meschina, e solitaria,
informe.

La vita esiste quando c'è un rapporto dialettico tra Amore e Odio. 
La vita normale, insomma. 


Amo le vite degli altri. Amo quando mi fanno entrare, con cortesia, dalla porta e girovagare per le loro stanze dell'anima. Mi piace anche intrufolarmi dalla finestra.
Odio le porte chiuse.

Amo quando le mie amiche si avvicinano sornione: Come va?, e non vogliono sapere cosa non va ma come fare per fare andare meglio le cose.
Odio chi si preoccupa per me, e mi dice: Quanto sei dimagrita, Non hai ancora perso tutti i chili, eh? Non esci mai, Ma com'è che non sei mai a casa? I bambini fanno dimagrire, i bambini fanno ingrassare, ma è tutta colpa tua, devi pensare più/meno a te stessa.

Amo babyP, a modo mio.
Odio chi mi dice come devo amare babyP, a modo loro.






Amo fare qualcosa di eclatante, una volta e poi basta, una cena stellata, una storia illustrata per babyP, un abito scollato sulla schiena e tacchi alti, una corsa di otto chilometri, cucire un bottone alla camicia di mio marito.
Odio la costanza; ho solo bisogno di essere eccezionale un giorno all'anno.

Amo chiamare babyP per quella che è: un essere umano, piccolo e grazioso.
Odio gli epiteti: bambolina, patatina, signorina, principessina, batuffolina, e quell'espressione mortifera: Sembra dipinta.

Amo la campagna siciliana, perché è vicina al mare.
Odio dover stare al buio, la notte, nella campagna siciliana che brulica di insetti terrificanti, e non poter leggere prima di addormentarmi.




Amo la solitudine, soprattutto ora che è diventata merce rara.
Odio stare sola perché divento inconcludente. Inizio a chiamare (Dove siete? Cosa fate? Ma quando tornate?), leggo due pagine di un libro, scendo a buttare la pattumiera, faccio il refresh di Facebook, Twitter, Gmail sperando che qualcuno voglia comunicare con me, decido quale film guardare, mi perdo tra le recensioni dei critici, noto che sui rubinetti del bagno c'è il calcare, decido di impastare una pizza ma non ho la farina, invio messaggi demenziali alle mie amiche – senza parole, solo emoticon -, guardo l'ora (Ma come mai non sono ancora tornati?), sorseggio il té e poi lo lascio raffreddare senza finirlo, compilo un'ordinata lista della spesa che farò dopodomani, clicco qualche mi piace alle foto dei miei colleghi, di mia cugina e dell'amica del mare. E, finalmente, loro tornano. Proprio quando avevo trovato cosa mi sarebbe piaciuto fare.

Amo l'acqua gasata, la birra Moretti e la Coca Cola zero. Non è una questione di bollicine.
Odio lo champagne.

Amo la mia città.
Odio pensare che starò qui per sempre. Esco dal portone, e sogno di affacciarmi sul pontile di Alicudi, o farmi un giretto al Centre Pompidou.





Amo leggere con babyP: io leggo parole, lei immagina mondi che vanno al di là delle parole.
Odio la fiaba della buona notte, sempre la stessa, non devo sgarrare; lei non ammette variazioni: c'era una volta un pipistrello che dormiva a testa in giù, con le zampe all'insù, e sognava tutto al contrario.

Amo la piscina, acqua clorata che disinfetta i pensieri.
Odio le persone che s'infilano nella "mia" corsia. Quelli con la pancia prominente e le mani simili a palette che creano vortici, onde, spruzzi.

Amo le navigazioni notturne. Quelle dove io, verso mezzanotte, saluto tutti e m'infilo a prua. Mi sveglio il mattino seguente, e scopro dove il vento mi ha portato.
Odio dover essere di compagnia durante le navigazioni notturne. Mi lamento che il pozzetto è umido, vedo luci di transatlantici ovunque, mi lascio sfuggire i delfini perché mi ero appisolata. A un certo punto, vengo invitata a scendere in cabina.





Amo le mattine, assetate delle ore che verranno, quelle mani sulla faccia, mi aprono gli occhi, altre mani sulla faccia, buongiorno amore mio.
Odio amare le mattine perché mi fa sentire vecchia: un tempo amavo le notti.





Odi et amo, e non mi tormento.



venerdì 15 febbraio 2013

"Un conto è far l'amore in un prato, un conto in un'automobile in una strada di Manhattan".

Marcuse, esponente della Scuola di Francoforte, sosteneva che la società degli anni '60 fosse totalitaria, in quanto riduceva l'uomo a una sola dimensione: quella del lavoro, della tecnologia, dei consumi.

L'individuo si trova a essere così alienato da non rendersi neppure conto della perdita di sé, soddisfatto com'è di avere tanti oggetti, numerosi followers su Twitter, sfilze di bar dove prendere l'aperitivo, collezioni di vestiti lowcost così deliziosamente shabbychic.

Gode paradossalmente di una non-libertà dall'aspetto "confortevole, levigata, ragionevole, democratica".
È schiavo ma crede di essere padrone.





Un conto è giocare con babyP nella sua stanza, dalla quale osserviamo la finestra di fronte, dove un altro bimbo osserva noi,
un conto è rotolarsi sulla spiaggia, e far volare fra le dita granelli di sabbia come fossero pulviscoli di stelle.









Un conto è chiudersi in una palestra insieme a un'umanità esaltata e sudata,
un conto è fare yoga sulla spiaggia.







Un conto è mangiare sushi, ancora freddo a causa dell'abbattimento, un pezzo geometricamente uguale all'altro, plastica gradevole che si scioglie in bocca,
un conto è aprire un riccio di mare, appena pescato, e buttarlo giù, senza pensare all'epatite.


Un conto è mettersi le scarpe, spuntate, con plateau, decolletè, stringate, che ancorano alla terra,
un conto è camminare a piedi scalzi, che permettono di volare.






Un conto è essere svegliati dal camioncino della spazzatura o dal signore che raccoglie le monetine dalle colonnine del parcheggio,
un conto è essere svegliati dal bacio di babyP.


Un conto è impiegare un'ora per cercare parcheggio in un multipiano sotterraneo,
un conto è abbandonare in maniera selvaggia il proprio mezzo di locomozione.






Un conto è avere ventimila mp3 racchiusi nell'iPod,
un conto è ascoltare, per caso, una canzone e avere una voglia matta di ridere e ballare.

Un conto è avere dei gioielli preziosi custoditi nella cassetta di sicurezza di una banca,
un conto è avere un solo bracciale, con cui poter anche conversare.






Un conto è nuotare in piscina, contando le vasche e sbattendo la testa contro il muro,
un conto è vedere i delfini, vincere la paura, e tuffarsi con loro.


Un conto è ricevere una stretta di mano, perché si è fatto un buon lavoro, una bella presentazione power point, un ottimo affare,
un conto è abbracciare ciò che non si fa farà mai avvolgere del tutto.