Una breve assenza di corrente elettrica.
Un ostacolo di rametti secchi al fluire delle cose.
Un orologio che si ferma, e perde sei secondi.
Heidegger parlava di due forme di noia: il "venire annoiati" (l'oggetto del mio interesse svanisce, e mi sento vuoto) e "l'annoiarsi di" (mi procuro da solo la noia, e non ho più voglia di fare nulla).
Forme quotidiane di noia.
Chi
racconta i
propri sogni (“Ho fatto un sogno stranissimo”, e ancora peggio:
“L'altra notte ti ho sognata...”, noia e terrore).
Un
libro o un film di ambientazione bucolica.
I
segni zodiacali, e i loro cugini: gli ascendenti.
Chi non stona mai. Con un vestito, una frase, un uomo scombinato.
I viaggi in macchina, perché a leggere viene la nausea.
Chi si cambia il costume dopo il bagno.
La verdura e la frutta da mondare.
L'estetista
che ti spalma una maschera d'argilla in faccia, e dice: Per venti
minuti si rilassi.
I sette sacramenti.
Gli uomini che bevono la birra piccola.
Il favoloso mondo di Amelie.
La piega dal parrucchiere.
Gli imperatori romani a partire dal III secolo.
Le
madri che
insegnano a fare le madri.
Il
giro per le vetrine.
L'uomo, animale incline alla noia, è paradossalmente solerte nel cercare ogni mezzo per combatterla, e far rifluire il tempo che sembrava essersi fermato.
È un black out metafisico.
Salvifico, se ci si arrende al nulla.
È dal nulla che arriva un refolo fresco sulla pelle sudaticcia, come quando si crea corrente in una stanza afosa, e il mondo fa di nuovo capolino, una cosa per volta,
il sorriso di chi entra nella stanza,
la canzone di Battisti strimpellata dal dirimpettaio,
lo scalpiccìo di bambini per strada.
Il mondo ha bisogno di pennellate emotive per essere un luogo umano.
Di attesa, di lentezza, di noia.










