giovedì 17 dicembre 2015

Regali di Natale filosofici.

Il rasoio di Ockham
Ockham, sostenitore dell'empirismo, mise in atto un principio economico che riducesse tutte quelle nozioni metafisiche che non facevano altro che complicare la vita.
Il rasoio è uno strumento unisex che taglia in maniera definitiva menzogne e illusioni: zac a amore eterno, corpo perfetto, anima bella. Resta il mondo quale è, quello in carne e ossa, con gli amori che vanno e vengono, con le cosce a materasso e le anime perdute.
Il mondo quale è va preso quale è: non c'è nient'altro da chiedere.

Il tacchino induttivista
Russell raccontava la storia di un tacchino a cui veniva dato da mangiare sempre alle nove del mattino. L'animale concluse, tramite l'osservazione dei casi particolari, che “Tutti i giorni, alle ore nove, mi danno il cibo”. Finché la mattina della vigilia di Natale venne smentito.
Il tacchino, dunque, oltre che piatto di portata per la cena di Natale, è un valido argomento contro la pretesa induttivista di fornire regole universali partendo da casi particolari. Se, per esempio, tutte le madri hanno concluso che i propri figli sono geniali nel leggere all'incontrario, vibrare il violino come uno tzigano ungherese o fare la trottola sui pattini a rotelle fino a scomparire, non è detto che anche babyP si esibirà in un numero simile. BabyP sa solo ridere con le ciglia e baciare con i piedi.





Il cielo stellato sopra di me
Passata la moda della stella, è ora di regalare il cielo intero, con tutte le sue stelle e i suoi pianeti e, forse, gli extraterrestri.
Il cielo stellato, suscitando venerazione per la sua grandiosità, restituisce l'idea di un'umanità piccola e insignificante (da una parte noi, le nostre lampadine, le nostre idee; dall'altra le stelle); eppure siamo qua, ad ammirarlo.

Una bacinella
A volte l'anima si mette a fare un grande bucato di pensieri: si riempie d'acqua saponata, simile a una bacinella, e lava tutto a mano, perché i pensieri sono capi delicati. Il lavaggio è un'operazione lunga e ostinata: domande marcescenti, e risposte da stendere, trattamento a 90 gradi delle macchie, generose dosi di ammorbidente, sfregamenti di idea contro idea. E teorie sulla vita lasciate in ammollo.
L'anima vorrebbe esondare, gonfiare di felicità, ma non ci riesce; non può, i pensieri la trattengono dentro quell'acqua stagnante. Deve imparare a ristagnare. A rassegnarsi alla sua forma quando non sa essere null'altro che una bacinella di plastica.
Poi, a un certo punto, arriva la vita - con le ciabatte e lo scopettone, impaziente di sciogliere i pensieri - e getta in strada quell'acqua stagnante. Fluisce di nuovo.





Un giocattolo anti borghese
Barthes criticava i giocattoli moderni in quanto significano sempre qualcosa, qualcosa che rimanda al mondo degli adulti, a un destino segnato (sarai medico come il nonno, chef come quelli in TV, professoressa come la mamma). Il bambino si limita a utilizzare questo mondo già fatto: "gli si preparano gesti senza avventura, senza sorpresa né gioia". Via il set della dottoressa Peluche, gli utensili da piccolo chef stellato, il kit della professoressa con la matita rossa e blu. Il vestito di Frozen, no, dice babyP, perché non condizionerà affatto il suo futuro ruolo di principessa.






mercoledì 9 dicembre 2015

Stelline al pomodoro ed esercizi di meraviglia.

- Quando esce il mio libro?, mi chiede babyP.
Sono due anni e mezzo che babyP mi chiede quando esce il suo libro.

Tutto è iniziato in una giornata di primavera, mi ricordo la luce sul parquet e un avanzo di stelline al pomodoro di mia figlia che stavo piluccando davanti al computer.

Avevo questo blog da qualche mese, un blog che parlava di madri e figli senza offrire nessun consiglio, nessuna soluzione, neanche una mezza verità. Cosa me ne facevo? Avevo bisogno di pensare. Essere madre non è un concetto rigido: è una costruzione complessa, fluida. Inclassificabile, come lo è l'amato, quel figlio che corre di qua e di là, cozza contro le tue certezze, fa le capriole coi tuoi sentimenti. Io avevo bisogno di pensare a questo, a quella donna e a quel bambino, e alla loro storia discontinua, come tutte le storie d'amore, che procedeva per frammenti filosofici e salti emotivi.

Le stelline non mi piacevano, ma le mangiavo, appiccicose sul palato. Sullo schermo del pc gattini e notifiche e bambini, e poi un articolo e un'email. L'articolo parlava del mio blog, e la mail aveva per oggetto "Da Giulio Einaudi Editore". Ho sorriso, la luce sul parquet e sui muri e dentro la testa, le stelline buonissime. 
Ho risposto: Sì.






In questi due anni e mezzo babyP ha imparato a nuotare e ad andare in bicicletta senza rotelle. Un giorno ha scosso la testa, e i riccioli se ne sono andati via. Sa la versione inglese e quella italiana di Let it go. Ha i suoi amici, e li abbraccia forte con le mani a tenaglia. Frequenta il secondo anno di asilo: prima mi disegnava come una palla rotonda con delle appendici, ora magra, altissima e carica di gioielli. Legge di nascosto la sera, e legge ad alta voce le storie che le racconto io, con personaggi nuovi e finali rivisitati. Ha imparato a scrivere tutte le lettere dell'alfabeto, esclusa la H, muta poverina.


Io ho nuotato con lei nel mare brodoso della Sicilia, quest'estate abbiamo incontrato i delfini e a me è venuto da piangere. Ho tagliato i capelli da maschio, e mi sono pentita; li ho fatti ricrescere, e ora li vorrei corti. Continuo a parlare malissimo l'inglese ma a volte mi rivolgo a babyP in andaluso. Ho le mie amiche, che abbraccerei con le mani a tenaglia se trovassi il coraggio, e delle amiche nuove, bellissime, da quando ho aperto il blog. Sono diventata una professoressa di ruolo. Leggo la mattina in tram, nelle ore buche a scuola, e la sera, quando tutti dormono e io illumino la stanza con il kindle.
Ho scritto un libro, ed è stato difficile e lieve allo stesso tempo.




Tra me e babyP è rimasta la questione della meraviglia, quello sguardo pulito sulle cose che lei ha, e io no, ma che lei mi costringe a esercitare, anche se avevo dimenticato come si fa.



È un esercizio di meraviglia essere madri.
Il libro esce il 2 febbraio, si intitola Esercizi di meraviglia, ed è anche un po' il mio libro.

mercoledì 2 dicembre 2015

La filosofia di una donna con il pancione.

Da quando una donna indossa il pancione gode di un certo riconoscimento - estetico, sociale, escatologico - per il solo fatto di occupare una porzione maggiore di spazio.
Ne va fiera: lo esibisce in pubblico, rimane interdetta se qualcuno non si accorge di esso.
Lo dice a tutti che ha - finalmente - una pancia, persino alle compagne delle elementari ritrovate su Facebook. Le compagne rispondono: Che bello, che felicità. 
La pancia genera indulgenza.

Le amiche le scattano foto al pancione – di fronte, di tre quarti e di profilo -, il marito ci appoggia l'orecchio o la mano o la bocca con un certo misticismo, i medici lo schiacciano con le due mani insieme e annuiscono, donne sconosciute con le unghie dipinte lo intercettano come fosse un pallone quasi in rete e predicono il suo futuro (è un maschio/è turbolento, è una femmina/è complicata). Le hanno anche insegnato a respirare, e sbuffa insieme ad altre donne: ansima, non ha il ritmo giusto, e la rimproverano.
Lei si gratta il pancione, e la notte lo appoggia di traverso come una sacca gettata in un bagagliaio colmo.



Una donna incinta è la sua pancia, pura materia che occupa una superficie notevole.  Lei si sente così, gli altri la trattano così, una res extensa, incapace di pensare e determinata da leggi fisiche, come un orologio o un frullatore. E la res cogitans, dov'è finita?

Secondo Cartesio, il corpo può essere percepito solo dalla mente. Invece, quella donna sente il corpo con il corpo: attraverso gli attacchi di nausea o i primi movimenti di suo figlio, una falena intrappolata in una lampada. Quando si spoglia vede una riga, che sembra tracciata col carbone, dall'ombelico in giù.
Qualcosa di grandioso sta per accadere, e lei si sente esclusa. La sua mente è come quella falena: sbatte i pensieri e si brucia le ali.

Eppure Cartesio avvertiva: l'evidenza non viene dai sensi; quelli ingannano, e scambiano il riflesso di un remo immerso nel mare per un remo spezzato in due. Scambiano una pancia per un bambino. Scambiano una donna con la pancia per una madre.
Senza il pensiero non si riescono a mettere insieme i frammenti casuali della realtà: chiazze sulla pelle come quelle di una banana marcescente, bozzi che sembrano mani o minuteria del ferramenta o piedi che premono sulla pancia come per squarciarla, sogni di pelli sudate e guance arrossite.

È incinta, e si è dimenticata perché.
Perché ha paura, perché le viene da piangere e da ridere nello stesso momento, perché prova un tale struggimento per qualcuno che non c'è ancora, o che ha perduto.

Tra uno sbuffo e uno sbattere di ali, cerca quel punto di congiunzione tra mente e corpo, laggiù, in quel corpo dentro il suo corpo. 

lunedì 23 novembre 2015

I biscotti del demiurgo.

Non sono brava a giocare, e mia figlia lo sa, allora mi suggerisce di fare le cose vere. Una fa all'altra treccine, ciuffetti e creste punk, per esempio. Oppure facciamo i biscotti: una sensazione di casa, sicurezza, e ovvietà.

Ci sediamo sugli sgabelli alti della cucina, lei in attesa. Faccio cadere dall'alto la farina e lo zucchero, i riccioli di burro e un tuorlo d'uovo, lei con le mani aperte, poi le chiude per impastare la massa dolce e collosa. Ripongo la palla liscia in frigo per una mezz'ora poi la stendo col mattarello. Prendo le formine – la stella, il funghetto, il fiore a sei petali – e babyP se le rigira tra le mani: è arrivato il momento più divertente del gioco delle cose vere. Plasmiamo la stella, il funghetto, il fiore a sei petali come il demiurgo platonico, quel dio-artigiano, che plasmava il mondo.
Anche lui aveva a disposizione una massa morbida – la materia eterna – e delle formine – le Idee – e non doveva far altro che modellare le cose nella maniera più aderente al modello primigenio.




Fuori si è fatto buio, abbiamo davanti a noi i biscotti, ancora da infornare. Dopo dieci minuti suona il timer del forno: sono pronti. Tiro fuori la teglia e dispongo i biscotti in un piatto bruciandomi le dita. Guardo soddisfatta babyP, c'è un buon odore di pasta frolla nell'aria. Lei incurva la bocca all'ingiù e mi dice:
- Sono brutti.
- Ma cosa dici? Sono bellissimi e buonissimi. Ne vuoi uno?
- No, sono brutti, bruttissimi, bleah. Le formine sono belle, i biscotti sono brutti.

Le formine sono i paradigmi perfetti della stella, del funghetto, del fiore a sei petali ma nella realtà le stelle sono puntini lontani, i funghetti sono velenosi e i fiori hanno cinque, tre, dodici petali. 
Fare le cose vere è un gioco stupido perché non sono mai vere: sono un'imitazione del vero. Il demiurgo era uno che cercava solo di fare del suo meglio, di rassettare il caos cosmico, come me. Riproduceva la perfezione attraverso la materia, per sua natura imperfetta, e il risultato è il mondo che ci sta davanti.

BabyP rigira tra le dita il biscotto più brutto, una stella mezza bruciacchiata.
- E la formina della mamma com'è?, mi chiede.
- Come me.

BabyP ha sorriso.




martedì 3 novembre 2015

Le lacrime dei bambini.

Quando i bambini piangono, le lacrime sembrano venir fuori dagli occhi e dalla bocca e dalle orecchie. I bambini piangono con il volto intero, a volte persino con il resto del corpo, dalle mani e dai piedi sgocciolano lacrime.
Cosa farci di tutte quelle lacrime? Terrorizzano quando sono neonati, irritano quando prendono confidenza con i capricci. E ora, che farci? Ora mi piacerebbe capirle.

BabyP è una bambina di quattro anni, che ha un livello di lacrime sotto la media (se si escludono quelle finte, da soap opera sudamericana).
Da un anno circa andava a nuoto, cuffia, occhialini e una certa dose di talento nel fare i tuffi senza tapparsi il naso. Quest'estate scivolava nel mare per mano a me e suo papà, senza i braccioli, e con la testa sott'acqua.
Così, a settembre, siamo tornate in piscina, lei con la sua cuffia, io con il mio libro. Quando entra in piscina mi fa ciao con la mano, io rispondo al saluto, poi mi dedico alla lettura clorata per un'oretta; esce dall'acqua e mi fa di nuovo ciao con la manina.
L'altro giorno ho sollevato lo sguardo dal libro, per farle un ciao di straforo, e al posto della sirenetta ho trovato una bambina in lacrime, glu mamma glu glu glu
Abbiamo parlato; siamo tornate in piscina. Glu glu glu mamma glu.
Abbiamo parlato; hanno parlato padri, nonni, altre madri. Resisti, è piccola, era un pesciolino, piange, non dargliela vinta.
A me però parlavano solo quelle lacrime.



Ieri era il giorno della piscina, ma non ci andiamo più in piscina. Io alla fine non ho capito cosa mi dicessero quelle lacrime, ma mi avevano bagnato la faccia, la maglietta, l'anima tutta inzuppata.

Visto che in piscina non andiamo più, siamo andate ai giardini. Le ho concesso un giro sulla giostrina come se dovessimo festeggiare qualcosa, forse il fatto che io delle sue lacrime non capisco nulla. Il signore della giostrina ha lasciato finire Roma Bangkok e, appena è salita babyP, ha messo su Amedeo Minghi. Guardavo la giostra girare malinconica, e pensavo al codino biondo di Minghi, e all'essere madre, inzuppata delle sue lacrime. Eppure, mi sono sentita felice.





venerdì 23 ottobre 2015

Il senso delle cose.

Se è vero che il mondo non può essere diverso da com'è, è vero anche che si può cambiare il senso delle cose, per come si offrono a noi. La Fenomenologia, secondo Husserl, è quella scienza che conduce a non avere davanti delle cose, ma il senso delle cose.
Come si fa? 
Attraverso uno sguardo puro, da spettatore disinteressato, che non cerca nulla: attraverso l'epoché.
Essere spettatori disinteressati significa essere privi di tutte quelle teorie e quei pregiudizi con i quali abbiamo imbastito il nostro mondo. Come una bambina ingenua che procede per scorci di verità.

Lacrime.
Copiosa irrigazione dei bulbi oculari atta a: intenerire, farsi perdonare; essere irresistibili.




Futuro.
Quando sarò grande potrò fare un sacco di cose. Mi hanno detto che vivrò anche da sola, magari con un gatto. E che potrò uscire da sola, magari col rossetto sulle labbra e il glitter sulle palpebre. Del futuro non m'importa nulla: io il gatto e il rossetto e il glitter li voglio adesso.

Letto.
Il posto più divertente di tutti, quello di mamma e papà. Non dorme nessuno: mamma, papà e io ci fissiamo con gli occhi grandi.

Mal di pancia, mal di testa, male generico.
Sofferenza lieve, difficilmente diagnosticabile (Ma dimmi dove hai male? Alla testa? Sì! Alla pancia? Sì? Oddio!), seguita da pomeriggi sul divano a vedere Frozen abbracciata a un essere umano accogliente.


Pannolino, ciuccio, passeggino.
Oggetti che le madri acquistano in maniera compulsiva per poi disfarsene con aria di trionfo (Le ho tolto il pannolino a 18 mesi, me l'ha praticamente chiesto lei, Io il ciuccio mai messo!, Il passeggino? Ma lo detestava, voleva camminare libera).

Sensazione.
Processo passivo per eccellenza: mi piace starmene ferma mentre le sensazioni belle (l'odore dei biscotti: significa che mia mamma è felice, il rumore scomposto dei passi di mio papà quando entra in casa: significa che è felice; gli occhi di mamma e papà che si incrociano e s'intrattengono un po': significa che sono felici) mi si appiccicano ovunque.



Corpo.
È la mia casa: lo pulisco (le orecchie no), lo porto in giro e ci dormo dentro. Mi piace tenerlo sempre al caldo.

Amore.
L'amore è una cosa da bambini. Anche gli esseri adulti, quando ci riescono, amano. Litigano e poi si danno un bacio, di notte s'incollano tra loro attraverso la pelle e si sussurrano delle sciocchezze. Poi arrivo io, e sbuffano; dico una sciocchezza e allora m'infilano sotto le coltri; ci abbracciamo stretti, oltre la pelle, ossa con ossa.

venerdì 9 ottobre 2015

Se avessi quattro anni.

Se avessi quattro anni mi concederei il gelato tutti i giorni, cono cioccolato e fragola. Mi sfregherei la mano sulla faccia – la faccia striata di marrone e rosa - per poi infilarla in quella di mia madre così da rimanere appiccicate insieme.




Se avessi quattro anni vorrei sempre distribuire il pane all'asilo, una carica a vita. Passerei tra i tavolini, gli occhi famelici degli altri bambini dentro il mio cestino, e porrei la domanda decisiva, esistenziale: Vuoi l'isola (il fondo del pane) o il cannocchiale (la fettina di pane, da scavare nella mollica, e usare come strumento galileiano)?

Se avessi quattro anni bacerei maschi, fiori, la gonna di tulle da ballerina, femmine, cani; bacerei ciò che che mi piace. Saprei subito cosa mi piace, avrei occhi orecchie e naso epidermici, e allora lo bacerei, senza perdere tutto quel tempo a valutare le conseguenze.
Bacerei anche le lumachine quando spuntano dal loro guscio. E mia madre: un giorno proverò imbarazzo nel farlo.




Se avessi quattro anni starei sempre nuda al mare, a leccarmi la pelle e succhiarmi una ciocca di capelli di sale. Ai polsi polpi e al collo alghe, una stella marina a mo' di fermaglio, correrei dagli altri bambini: C'è lo squalo!, e li spaventerei moltissimo.
Nuoterei a cagnolino, rapido e arruffato, dietro le bracciate a stile libero di mia madre: dentro il mare blu, profondo, le farei uno scherzo: C'è lo squalo!, e la spaventerei moltissimo; lei mi prenderebbe la mano e galleggeremmo a pancia in su.
Schizzerei, sputacchierei, soffierei sul mare fino a formare marosi enormi. Io sarei la regina degli abissi, e spaventerei moltissimo anche lo squalo.

Se avessi trentotto anni mi ricorderei dei baci e delle lumachine e degli abissi perché la memoria è una bambina piccola che custodisce dentro di sé tutti i miei segreti. 

giovedì 10 settembre 2015

"Eppure non so pensare che a te, e mi piace dirti queste cose."

Vorrei con lei andare, sotto il cielo di città dalle nuvole fisse, andare nei nostri posti, quelli di una mamma e di una bambina, i giardinetti, l’asilo, il bar delle veneziane gonfie di crema. In questi luoghi fare quello che sappiamo fare, la mamma che dice no, poi abbraccia, e si dimentica, la bambina che dice sì, poi abbraccia, e si dimentica.





Vorrei con lei correre, sotto il cielo di mare dalle nuvole mobilissime, correre schizzando sabbia acqua e squame, come le sirene di un bestiario medievale, metà umane metà pesce; scivoliamo nel mare, prima con la testa poi con la coda. Cantare come le sirene, io ammalio lei, lei ammalia me.





Vorrei che lei andasse e corresse, sotto un cielo senza nuvole, le nostre mani che si slacciano; la sua vita che si allontana in luoghi che non conosco, una città troppo caotica, un fidanzato troppo saccente, un’università troppo straniera (Valeva la pena andare così lontano?, le chiedo. Sì, mi risponde sempre, La mia vita è lontana ma le mani sono vicine, posso quasi toccarti). 
Ci parliamo attraverso lo schermo del pc: non riesco a toccarlo quel volto dimagrito, da donna. Ci sono solo le domande a cui non risponde (Mangi, dormi, respiri?, le mie preoccupazioni legate alla vita vegetativa, le stesse di quando aveva due anni e applaudivo per una popò fatta nel vasino) e la risposta di una vita che sente e comprende e ama, quella che cercavo in quel volto sciupato: Mamma, sono felice.

mercoledì 2 settembre 2015

La nascita della felicità.

Bertrand Russell confessò di non essere nato felice. Fu un bambino, e un adolescente, infelice, tanto da pensare più volte al suicidio. Poi, crescendo, scoprì qual era il segreto per conquistare la felicità: distogliere l’attenzione da sé (sui miei peccati, le mie follie, le mie manchevolezze) e concentrarsi sul mondo esterno.

BabyP è nata felice.





È nata in una mattina di fine estate piena di luce, una luce dolce come il succo di una nespola stretta in un pugno.
Quella mattina di fine estate mi sono preparata con calma, lievemente distaccata dal mio corpo, la pancia leggera, senza paura. Mi sono spazzolata i capelli e li ho attorcigliati sulla sommità del capo simili a un nido, ho spalmato la crema idratante sul viso e sul corpo, e ho scelto una camicetta con le maniche a sbuffo.
Sono salita in macchina e lui guidava piano, come fosse l’inizio di un viaggio senza meta, dove si può deviare dall’autostrada per prendere un cappuccino e un panino alla mortadella in quel bar-alimentari con l’insegna che dondola sulla piazza del paese.

Attraversavamo un viale alberato, con alberi gentili e palazzi di inizio novecento con vetrate colorate e fiori dipinti verdi, rosa e azzurri e balconi in ferro. Un signore con delle sporte vuote ci ha fatto cenno di passare, abbiamo restituito la cortesia, e siamo stati per qualche minuto a gesticolare passa tu, no tu, finché lui si è deciso e ha attraversato la strada agitando le braccia con le borse appese per salutarci.

Osservavo un giorno nuovo, gli alberi, le case e le persone che lo abitavano, e più mi concentravo su quei particolari più mi estraniavo da me stessa. Chissà dove mi porta, questo giorno.
Poi mi è sembrato di sentire - per la prima volta - la voce di una bambina: In una mattina così, non può succedere nulla di brutto, e mi sono stretta la pancia come a dirle ho capito, allora andiamo dove dici tu.

Dopo poche ore è nata.
L’ho annusata. Non ho più sentito quegli umori strani di quando eravamo un unico corpo. Ho sentito odore di sangue e margherite e latte di mandorle. C'era il suo odore.
Ho sentito la mia voce che ripeteva come una litania il suo nome - babyP babyP babyP - , ho sfiorato un dito piccolo come un cetriolino sott’aceto. Ho visto un essere pieno di meraviglia. Era mia figlia, era lei; un nome, un corpo con le estremità bluacee, un pensiero tutto concentrato sui particolari della sua vita: un cordone tagliato e un sorriso stralunato di donna.


lunedì 6 luglio 2015

Il senso dell'estate.

Il senso dell'estate è una cosa difficilissima da trovare in quanto ingannevole. Si crede, infatti, che abbia a che fare con l'essere divertiti, abbronzati, rilassati, come se l'estate fosse un'alternativa a una vita tendenzialmente monotona, pallida e isterica. Ma il senso dell'estate, lento e caldo, affonda nel senso della vita: la vita scotta d'estate, e non si lascia ingannare.

Ogni estate mi reco in un luogo ben preciso, situato sulla costa nord orientale della Sicilia; torno sempre qua infischiandomene del concetto di vacanze e del c'è un mondo da visitare e del ma non sai quanto è figo il Laos.
Non cerco diversivi, non voglio staccare da niente: desidero solo quell'immagine di me che è la mia parte migliore, la più fortunata forse, quella che mi sembra di essere e non interpretare. Quella che si succhia ancora le ciocche piene di sale e che nuota senza paura in mare aperto e che la notte, in barca, pesca totani e guarda le stelle dicendo Oooh, senza vergogna.




La ritrovo qua, in questo luogo situato sulla costa nord orientale della Sicilia, Tirreno meridionale settore est, di fronte le Eolie alle spalle i Nebrodi, specialità granita di gelsi con panna, tempo di attesa al reparto gastronomia del supermercato: 40 minuti, distanza col vicino di ombrellone: cinquecento metri, rumore del vicino di ombrellone con famiglia e borsa frigo contenente maccaruna al forno e vino di casa con gazzosa: 120 decibel, mare di brodo occhi di brodo scirocco di brodo, birra Messina che non è di Messina, processioni e calia e santi che ballano, signore sulla sediolina che parlano male delle signore con la sediolina dall'altro lato della strada, bambini che galleggiano con i braccioli il salvagente e il materassino di Spider Man, uomini che tengono la sigaretta tra il pollice e l'indice.
Luna che Ohhh, delfini che Ohhh, chiazze di bougainvillea che Ohhh.




Appena arrivo la signora che vende le melanzane sott'olio mi compatisce:
- Signora, lei come fa a Milano (ché Torino è Milano, indefinita città del nord) con la neve e la nebbia tutto l'anno: ha gli occhi senza mare.

E con gli occhi senza mare trascorro i primi giorni, stupita che si possa davvero vivere così, col mare dentro gli occhi.
Vado in spiaggia, mangio, faccio il sonnellino come i bambini, di tre ore senza sogni con una gran voglia di pane e marmellata al risveglio. Mi metto sul terrazzo e guardo gli ulivi e gli alberi di cedro e le viti, il mare un po' più in là, immobile. Sto così un'ora, due ore, come quando in città sto un'ora, due ore a fissare la home di Facebook o Twitter. Tra gli ulivi e gli alberi di cedro e le viti non accade nulla, nessun aggiornamento, solo il colore del sole che si schiaccia giallo violento arancione tenue viola ambiguo.
Mangio di nuovo, ho sempre fame; mi metto sul terrazzo, è tutta nera la campagna ma non dorme, c'è un concertino di grilli la notte. Vado a letto. Al mattino presto dormono tutti sotto le zanzariere bianche che si muovono leggere, sembrano ballerini spossati, poi guardo fuori, quella strana luce dell'alba (è l'inizio o la fine?).
Vado avanti così per un po' di giorni, anima e corpo ancora intimiditi da una vita così gialla di giorno e così nera di notte, poi quando sono pronte ci buttiamo di testa a bomba di piedi.




Torno dalla signora delle melanzane sott'olio, sembra sorridermi:
- Ora negli occhi ce l'ha un po' di mare: va meglio, eh?