"Io no riescio a mettere le mutande. Come riescio a fare io bene?"
BabyP è tutta presa dalle virtù, quelle grandi e quelle piccole, come l'infilare le mutande con nonchalance.
Nel mondo greco la virtù era un'eccellenza nel fare qualcosa, dapprima sotto forma di dono divino riservato agli eroi e poi, a partire da Socrate, a disposizione di tutti gli uomini in cambio di fatica e conoscenza.
I filosofi greci tendevano a identificare la virtù con la ragione: si riesce a fare bene, anzi benissimo, quando si esercita la ragione, in maniera attiva e autonoma. Per eccellere la ragione ha bisogno di tenere a bada le passioni, di indurle in coma farmacologico, in particolare quelle che non servono a nulla: l'ansia, per esempio.
BabyP è così presa dal gareggiare con le sue mutande che passa il tempo a sfilarle e provare a rinfilarle. Parla solo di mutande: un'ermeneutica delle mutande.
Stamattina è arrivata con due mutande sui polsi - dei grandi braccialetti a pois -, un paio per gamba e un ultimo paio con le farfalle calcato sulla testa, vezzoso.
Io, in prima elementare, volevo scrivere dei pensierini bellissimi, i pensierini più belli di tutte le prime elementari del mondo. Coltivavo una notevole ansia nei confronti delle parole che possedevo - erano così poche, misere, infantili - e mi misi in testa d'imparare a memoria tutti i lemmi del dizionario per stupire la maestra con paroloni illuminati. Ne memorizzai alcuni e li fissai a casaccio sul foglio con la doppia riga: esecrare, brumoso, miasmi.
L'ansia, che i filosofi chiamavano angoscia - un termine più chic, più esistenziale - è la cartina da tornasole dell'essere umani, finiti, imperfetti, con le capacità monche. È una passione tenera, che la ragione guarda con compassione: vogliamo solo essere esseri con le mutande infilate bene e pensieri bellissimi, tutto qua.