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venerdì 5 luglio 2013

Come (non) riempire la borsa da spiaggia.


"Perché avete tutti paura della libertà?", sbraita a un suo allievo l'emerito professore Nikolaj Stepanovič in "Una storia noiosa" di Čechov.

"Perché non sappiamo cosa metterci dentro", potrei rispondergli.

La libertà è come una di quelle borse da spiaggia flosce che, solo una volta riempite - di crema, costume, occhiali da sole, infradito e scavatrice -, acquistano consistenza e dignità ontologica.



Ci sono mattine, d'inizio estate, quando il sole nasce presto come una promessa  di qualcosa, che viene una gran voglia di riempire la propria borsa, con una fretta che viene dal ventre.

Una donna si dipinge le unghie come uno sfarfallio di coleotteri colorati.

Un bambino si finge malato per non andare a scuola. Appoggia il termometro alla lampadina, e poi piagnucola attenzioni. La mamma, senza toccargli la fronte, dice va bene, hai la febbre, sono in ritardo, devo correre in ufficio, speriamo che passi in fretta ché ho prenotato tre giorni di albergo al mare. Chiamo la babysitter. 

Una ragazza col vestitino provenzale e le zeppe di corda va al mare con un uomo, sposato, e trascorrono la giornata a scattarsi foto - prima lei, poi lui, poi loro due insieme - . Alle cinque è ora di tornare in città, perché l'ignara famiglia di lui lo aspetta per cena, e lei prova una fitta al cuore, percepisce qualcosa d'insensato, quasi crudele: non potrà pubblicare le loro foto su Facebook.



Un uomo chiama la moglie per nome - Clara - per sette anni, poi, un giorno in cui lei sta cullando un piccolo essere umano, inizia a chiamarla "mamma", e non la perdona per quella metamorfosi.

Una bambina ruba una winx a un'altra bambina. Nessuno la scopre, ma lei è insoddisfatta, e presto annoiata dalla winx: la prossima volta ruberà la bambina.

Un ragazzo rivela il suo amore a chiunque lo faccia sentire meno solo.



Non è l'urgenza a renderci liberi: la libertà riempita di tutta fretta ingombra e pesa.

È per questo motivo che io e babyP stiamo per partire per i mari del sud con una borsa vuota: andiamo a cercare laggiù parole che galleggiano sull'acqua, corpi selvatici che camminano senza scarpe e si stringono senza vestiti, notti in cui l'unica connessione è quella col silenzio.


A presto.







martedì 5 marzo 2013

La teoria del clinamen: l'evento inatteso.

Gli Epicurei credevano in un mondo materiale, formato da atomi corporei, e regolato da una necessità implacabile.
E poi proponevano un'etica fondata sulla libera scelta tra i piaceri. 
Per salvare quest'idea di libertà, Lucrezio introdusse la teoria del clinamen, ovvero della deviazione casuale degli atomi.



Gli atomi, in virtù del loro peso, cadono nel vuoto
in linea retta (necessità) ma è ammessa
la deviazione fortuita (libertà).


Il clinamen suggerisce un movimento gentile, e impercettibile, ma non lo è. 
La libertà non è mai dolce. 
Sottrarsi alla catena di causa-effetto è uno strappo, anfetaminico e violento.

Spesso, infatti, è più forte il bisogno di sicurezza che l'anelito alla libertà.
È per questo che crediamo in una sorta di principio di uniformità degli eventi (ieri è stato così, dunque oggi sarà così): abbiamo bisogno di pianificare, sapere in anticipo, dormire sonni sereni.

E ci dimentichiamo dell'inatteso.

Un esempio.

Causa
Il marito arriva sempre tardi dal lavoro, quando i bambini dormono già; il marito arriva, e si stravacca sul divano, con indosso dei pantaloni flosci, e si lobotomizza davanti alla TV. La moglie è piuttosto esaurita.

Evento
La moglie, un mattino, decide di litigare con il marito (non ci ha dormito tutta la notte, provando e riprovando le battute della strapazzata): non ne viene fuori nulla di particolarmente efficace né originale. Il marito sta zitto, la moglie non gli fa il caffè come estremo atto di insubordinazione.

Effetto
Il marito torna a casa, per una volta prima che i bambini dormano, e cerca le labbra della moglie prima del telecomando, ma lei ostenta ancora una qualche forma di resistenza. Imbandiscono una cena silenziosa, poi, mentre la moglie ha le mani immerse nell'acqua saponata, lui le sussurra "scusa", e si danno un bacio titubante. Non sono felici, ma si sentono sicuri.

Secondo la teoria del clinamen, potrebbe però accadere un evento inatteso:

Il marito chiama per dire che fa tardi: una cena di lavoro. Beve molto, perché non beve da tanto, e ha bisogno di oblio.




Si concentra su quel neo (o è una lentiggine?) sulla palpebra sinistra della collega carina. 
E, in quel momento, si emancipa dalla schiavitù di causa-effetto (sono marito, ergo mi comporto da persona dabbene) per scegliere quel neo, o quella lentiggine.



Poi, si troverà nuovamente avvolto nel vortice di causa-effetto, e farà un sacco di pasticci, mollando la moglie (causa) e ricevendo un addio dall'amante (effetto). 



Ma il marito rimarrà un essere con la possibilità di declinare il proprio destino, e partirà per un'avventura mozzafiato di quelle che possono essere intraprese solo dagli uomini disperati.


sabato 2 marzo 2013

La filosofia del sabato sera ovvero la filosofia ostica. #4. Il tempo come distensio animi.

Il tempo è ora.
Il tempo è quello del sabato sera.

Il tempo è distensio animi, diceva sant'Agostino. 
Il tempo oggettivo non esiste: esiste la percezione - parziale, individuale, ma autentica - che diamo alle cose, alle persone, alle situazioni.



Non esiste il sabato sera: è un artificio umano, nato per regolare il flusso dello sballo, dell'ozio, dei soldi.
Non esiste il lunedì mattina: è una costruzione umana per disciplinare il lavoro, l'ordine sociale, l'ignavia.

Non esiste rimpianto per il passato né aspettativa per il futuro. 
Tutto è presente, tuona S. Agostino.

Il passato non è: non esiste più.
Non fa più male quell'uomo che non ha più chiamato sebbene sembrasse affetto di logorrea, prima che lo baciassi.


Non fa più paura quella cantina dove delle bambine ti hanno chiusa dentro, e tu gridavi, e nessuno ascoltava.


Non fa più soffrire quell'amica che ti vomitava addosso i suoi drammi, e poi, quando hai detto che avevi il capogiro anche tu, è scappata a vomitare altrove.


Il futuro non è: non esiste ancora.
Non c'è più allarme per le rughe, perché s'invecchia tutto in un istante.

Non c'è più attesa per quel che saremo, ma non siamo.

Non c'è più notte insonne per quella decisione che prima o poi bisognerebbe prendere, ma non è il momento giusto. Ora. 

Tutto è ora,
da cogliere
da non rimuginare
da mettere in atto.

Tutto è ora: il vestito della taglia sbagliata, la lavatrice che rumoreggia, babyP che va dai nonni a spifferare che non ho scritto nulla di Proust, le scarpe col tacco che fanno già male.





Io esco, stasera.
Sto andando a un seminario notturno intitolato
"Verso una teoria naturalistica dell'autocoscienza".
Scherzo, sto andando a
imbucarmi a una festa.
The time is now.

venerdì 15 febbraio 2013

"Un conto è far l'amore in un prato, un conto in un'automobile in una strada di Manhattan".

Marcuse, esponente della Scuola di Francoforte, sosteneva che la società degli anni '60 fosse totalitaria, in quanto riduceva l'uomo a una sola dimensione: quella del lavoro, della tecnologia, dei consumi.

L'individuo si trova a essere così alienato da non rendersi neppure conto della perdita di sé, soddisfatto com'è di avere tanti oggetti, numerosi followers su Twitter, sfilze di bar dove prendere l'aperitivo, collezioni di vestiti lowcost così deliziosamente shabbychic.

Gode paradossalmente di una non-libertà dall'aspetto "confortevole, levigata, ragionevole, democratica".
È schiavo ma crede di essere padrone.





Un conto è giocare con babyP nella sua stanza, dalla quale osserviamo la finestra di fronte, dove un altro bimbo osserva noi,
un conto è rotolarsi sulla spiaggia, e far volare fra le dita granelli di sabbia come fossero pulviscoli di stelle.









Un conto è chiudersi in una palestra insieme a un'umanità esaltata e sudata,
un conto è fare yoga sulla spiaggia.







Un conto è mangiare sushi, ancora freddo a causa dell'abbattimento, un pezzo geometricamente uguale all'altro, plastica gradevole che si scioglie in bocca,
un conto è aprire un riccio di mare, appena pescato, e buttarlo giù, senza pensare all'epatite.


Un conto è mettersi le scarpe, spuntate, con plateau, decolletè, stringate, che ancorano alla terra,
un conto è camminare a piedi scalzi, che permettono di volare.






Un conto è essere svegliati dal camioncino della spazzatura o dal signore che raccoglie le monetine dalle colonnine del parcheggio,
un conto è essere svegliati dal bacio di babyP.


Un conto è impiegare un'ora per cercare parcheggio in un multipiano sotterraneo,
un conto è abbandonare in maniera selvaggia il proprio mezzo di locomozione.






Un conto è avere ventimila mp3 racchiusi nell'iPod,
un conto è ascoltare, per caso, una canzone e avere una voglia matta di ridere e ballare.

Un conto è avere dei gioielli preziosi custoditi nella cassetta di sicurezza di una banca,
un conto è avere un solo bracciale, con cui poter anche conversare.






Un conto è nuotare in piscina, contando le vasche e sbattendo la testa contro il muro,
un conto è vedere i delfini, vincere la paura, e tuffarsi con loro.


Un conto è ricevere una stretta di mano, perché si è fatto un buon lavoro, una bella presentazione power point, un ottimo affare,
un conto è abbracciare ciò che non si fa farà mai avvolgere del tutto.







mercoledì 16 gennaio 2013

La filosofia di babyp per #Grazia. Ovvero la libertà come imp(r)udenza.

Ancora sulla libertà.

Mi si obietta che la libertà-da è una forma di libertà ancora statica, inattiva, ideale.

Intanto io assaporo il vuoto dentro il quale -senza fretta- getterò coriandoli

di contenuti













di viaggi













di azioni.














Inizio da qua. 
Sì, da Grazia. Perché l'ho detto - ahimè - che libertà è anche imp(r)udenza. 

Non sono convinta che si possa scrivere qualcosa che motivi alla filosofia di babyp, che è una bambina che ride, zompetta, pronuncia - storpiandole - una cinquantina di parole, tra le quali "filosofia" non compare.
Eppure è babyp a essere simile a quel Socrate, tormento per le coscienze: chi si trovi a ragionare con Socrate (...) è trascinato torno torno ed è forzato a continuare finché non casca a render conto di sé, del modo in cui ha trascorso la sua vita; e una volta che c’è cascato Socrate non lo lascia più prima di averlo passato al vaglio ben bene e in ogni parte (Platone).


La filosofia è stile di vita: per meravigliarci, prima di stupire gli altri.





La filosofia nutre il cervello, e non il corpo. E' più efficace di qualunque dieta.


La filosofia porta in alto, verso la metafisica, e riporta in basso, verso noi stessi. Sali e scendi dall'Iperuranio, alla fine incontri te stesso.



La filosofia è rivoluzionaria. Costringe a mettere tutto in discussione, a capovolgere valori e direzioni. A lasciare quel fidanzato egocentrato, a riallacciare i rapporti con quell'amica strampalata, a non mettere più piede in quell'ufficio claustrofobico.

La filosofia è un viaggio perenne, dove non conta la meta. L'importante è avere sempre la valigia mente pronta. 






La filosofia è epoché ovvero sospensione del giudizio su ciò che non si sa. 
Non esiste una verità assoluta, e dunque sono tediose e superflue le opinioni sul perché T non si sia sposata, perché S si sia licenziata, perché W mandi al nido il figlio fino alle 18, perché G abbia lasciato quel fidanzato perbene, perché B voglia fare il terzo figlio e D neppure uno.

La filosofia è medicina per l'anima, e non c'è Prozac che tenga.





La filosofia è mondana: dai simposi greci ai café lumiére, vi è sempre l'occasione di puro divertissement.

La filosofia è una passeggiata a piedi scalzi sulla sabbia tiepida. 
È indicata per chi è negata a montare i mobili Ikea, inanellare collane di feltro, decorare dolci con pinguini di marzapane. È perfetta per chi vuole godere momenti di ozio intelligente.





La filosofia è principio economico. Si progetta la propria felicità, e si evitano tutti quei desideri che non portano a essa. 


La filosofia è egualitaria. Ammette l'esistenza della ragione per tutti: basta solo avere il coraggio di usarla (bene)






La filosofia è sicurezza: viviamo dopo esserci scrutate e interrogate. Se non ci facessimo mai delle domande saremmo come chi guida un'automobile mai collaudata.

La filosofia aiuta a sedurre. Immaginatevi come Simone de Beauvoir in un ristorantino della Rive Gauche, a intrigare Sartre con la res cogitans. 



La filosofia indica nella felicità non un traguardo ideale, ma un'attività che impegna tutta la vita. Infatti una sola rondine non fa primavera, né un solo giorno; e così un solo giorno né poco tempo non rendono l’uomo neppure beato e felice (Aristotele). 

La filosofia ci rende libere. La sensazione è quella di stare su una barca al tramonto. Con una birra ghiacciata un libro di Husserl tra le mani.





Insomma, forse non c'è spiegazione alla tendenza alla filosofia: 
essa è causa finale, come gli occhi blu dell'amato attirano l'amante.


mercoledì 3 ottobre 2012

Fare la prof a casa dell'Elettore Palatino.

Spinoza, uno dei pochi che per filosofare in pace dovette pure lavorare (faceva lenti), ricevette nel 1673 la seguente missiva:

"Illustrissimo signore, il mio clementissimo signore, il serenissimo Elettore Palatino, mi ordina di scrivere a voi, a me finora ignoto, ma apprezzatissimo dal serenissimo Principe, per chedervi se accettereste l'ordinaria professione della filosofia nella sua illustre Accademia. (...) Avrete la più ampia libertà di filosofare, della quale il Principe confida che non abuserete allo scopo di perturbare la religione pubblicamente professata. (...) Questo solo aggiungo, che, se verrete qui, trascorrerete piacevolmente una vita degna di un filosofo, a meno che non accada tutt'altro di ciò che è nella nostra speranza e nella nostra opinione. Vi porgo, illustrissimo signore, i miei saluti. Vostro osservantissimo J. Lodovico Fabritius, Professore dell'Università di Heidelberg e Consigliere dell'Elettore Palatino. Heidelberg, 16 febbraio 1673"

E lui, spiantato scomunicato sfiorato da un omicidio, che fece? Rifiutò, preferendo la libertà della ricerca all'attività d'insegnamento: 
"(...) Infatti, se volessi dedicarmi all'educazione dei giovani, dovrei in primo luogo rinunziare a far della filosofia. In secondo luogo, io non so entro quali limiti debba intendersi compresa quella libertà di filosofare, perché io non sembri voler perturbare la religione pubblicamente costituita (...)".

Io, invece, opto per l'insegnamento, ma nell'Accademia del serenissimo Principe; vanno pure bene i palazzi, i castelli, le villette a schiera di Illustrissimi vari. Faccio eccezione per i paesi scandinavi: non voglio prendere la polmonite, e morire come il povero Cartesio che la regina costringeva a dare lezioni alle 5 del mattino, d'inverno, a Stoccolma.



Ho come l'impressione che nel Palatinato mi sarebbe andata meglio. La libertà del filosofare, all'interno della tipica scuola italiana, è ostacolata dal giallo uovo delle pareti.

BabyP, esasperata dai lamenti sulle brutture della scuola, cerca di forzare il cancello di un castello affinché io possa insegnare come se mi trovassi a casa dell'Elettore lucentissimo, tra stucchi dorati e affreschi mitologici.