mercoledì 11 dicembre 2013

Ma tu ce l'hai anima?

È mattina: il cielo come una lastra di ghiaccio e tre esseri umani che scivolano veloci fuori di casa.
BabyP comincia con la tiritera del "ma tu ce l'hai":
"Ma tu ce l'hai giacchetta? Ma tu ce l'hai chiavi? Ma tu ce l'hai collanine?"
"Sì, sì, ho tutto. Dai, andiamo."
Non sembra convinta, e infatti chiede ancora:
"Ma tu ce l'hai anima?"

Io l'anima so cos'è; so dare delle bellissime definizioni: secondo Aristotele, e invece secondo Leibniz, poi c'è San Tommaso che si oppone a.
È uno sbuffo di vita, che muove in qualche direzione: il luogo adatto per essere quello che si è.

Ho l'anima, in una stessa giornata, cinque minuti sì e dieci no, un'ora sì e quattro no. Si nasconde, forse è stanca o timida o è una gran fannullona che mi lascia in balia dei bisogni e degli inganni.


E mentre dovrei fare lezione su Platone,
rimugino se io abbia una biga alata da qualche parte.


Fugge a gambe levate dalle feste dei bambini ai gonfiabili, dai collegi docenti, dagli uffici dell'INPS.
Torna a farsi quattro risate quando io e babyP ci pariamo di fronte alla vetrina del reparto gastronomia e lei urla "Focaccia al millopiedi, prosciutto viecchio, fontina marcia!": la fila si dissolve e tocca a noi che avevamo il numero 189.

Forse si sono sbagliati tutti quei filosofi: la mia anima è instabile e incoerente, apre e chiude la sua attività quando le gira; la precarietà al posto dell'eternità.

Ha l'uggia addosso quando fuori piove e dentro è un pantano, e preferisce andarsene via, chissà dove va. Rovescio la cesta dei giochi di babyP, e con un tono lamentoso le chiedo cosa facciamo. Prendiamo i cubi grossi del Lego, costruiamo torri  poi le buttiamo giù, scarabocchiamo facce maligne e animali a dodici zampe e  case di via dei matti numero zero, giochiamo al supermercato ma babyP mi vende verdure marce e gonfia i prezzi.
La notte, quando babyP si sveglia, io mi trascino fino al suo letto e l'anima mi segue silenziosa. "Pois, teglia, racchetta", ordina babyP, e io devo improvvisare una storia che non ricorderò che non scriverò che non racconterò mai più: è solo per lei, e per la mia anima; per i loro sogni.





È sera.
Mi spoglio della giacchetta, delle chiavi, delle collanine, faccio per disfarmi anche dell'anima, poi ci ripenso e le chiedo di rimanere ché ho fatto le polpette al sugo e le patate arrosto, e sarebbe bello mangiarle tutti e quattro insieme.










mercoledì 4 dicembre 2013

Perché?





Perché?, domanda la filosofia.
Perché?, domanda babyP.

La filosofia e babyP hanno questo in comune: la meraviglia.
La meraviglia è l'aspetto luminoso del dubbio: si sofferma sulle cose come se le vedesse per la prima volta, e s'interroga sul loro significato.

Questo blog è un esercizio di meraviglia: io cerco di affannarmi di meno e babyP mi insegna la sua attitudine allo stupore.





Parerga und Paralipomena.




RUBRICHE

"La filosofia secondo me" su Tempoxme Libri, una realtà virtuale di scambio e condivisione di idee sulla lettura.


Narrare la filosofia con l'anima", TwitSofia - Blog UTET, marzo 2015

Le lettere di Eloisa e le sue lezioni d'amoreTwitSofia - Blog UTET, settembre 2015




RACCONTI

"L'odore addosso, Inutile, n. 56 (gennaio 2014)

"Le mamme del mare di giugno", #self issue #02 (febbraio 2015)

"Anelli", Nazione Indiana, marzo 2015

mercoledì 27 novembre 2013

La filosofia dei biscotti.

Mamme e bambini fanno i biscotti.

Si fa una cosa insieme, sospira la mamma.
È la copia del mondo, delle stelle e dei funghetti e dei fiori a sei petali, dolce e fasulla e imperfetta come ogni copia, direbbe Platone.
S'impara la manipolazione, suggerisce la maestra d'asilo.

Abbiamo fatto molti biscotti io e babyP negli ultimi tempi, le dosi a memoria - 200 grammi di farina, 100 di zucchero e 100 di burro a temperatura ambiente, un rosso d'uovo- e i gesti sempre uguali -impasta, forma una palla liscia, stendi e bucherella con le formine -.





Non ricordo se qualcuno abbia poi mangiato quei biscotti.
Sono stati un'abitudine tiepida come i termosifoni quando si accendono al mattino presto.
Un imbuto per far defluire tutto quel tempo immobile e dilatato.
Una sensazione di casa; di sicurezza e angoscia. 

Stamattina io e babyP eravamo in cucina, sedute sugli sgabelli alti.
C'era la solita massa dolce e morbida e collosa, e le nostre mani che facevano i soliti biscotti di stelle e burro e funghetti e farina e fiori a sei petali e zucchero.
C'era il sole che si schiacciava contro le piastrelle della cucina.
C'era la colonna sonora di Drive che mi ha ricordato una cosa buffa e leggera di me. 

C'eravamo io e lei, con la farina sul golf e le palline di pasta frolla nei capelli. Ci siamo messe a ridere, e mi è sembrata un cosa bellissima e preziosa che non tornerà più.







sabato 2 novembre 2013

Siamo due che camminano insieme.

Io e babyP camminiamo per le vie della città, con la sua mano piccola nella mia mano grande. 

Camminiamo senza meta e senza ritmo, strascicando i piedi. 
Siamo libere, in quella forma inconcludente che ci fa percorrere un isolato leggere e canterine e vanitose (ci specchiamo nelle vetrine) e un altro pesanti e uggiose e vergognose (ci fissiamo la punta delle scarpe).

Andiamo avanti, da una piazza a un vicolo, da un vicolo a un ponte, per poi tornare sui nostri passi.

Non cerchiamo niente, neanche la bellezza, ma quella ogni tanto arriva, camuffata da oggetti sospesi per aria o da una ragazzina che ha tagliato da scuola e non cerca niente, neppure lei, solo farsi ferire gli occhi dal sole.




Camminiamo come facevano Rousseau, Kierkegaard e Nietzsche, e tanti altri, per farci delle domande o per smettere di farcele. 
Ognuna cerca di tornare a se stessa, come può.

BabyP, un piede piccolo dietro l'altro, ha bisogno di sapere - perché quel signore ride, perché ora è buio, perché ci fermiamo - . Io, un piede grande dietro l'altro, ho bisogno di respirare e vivere - forse la felicità non esiste, tolgo il tappo della vasca da bagno e mi lascio risucchiare, insieme all'acqua sporca, non lo so, non m'interessa più dare un senso a tutti questi episodi che accumulo, butto le scarpe vecchie e non ci penso più -. 



Dopo un po' che camminiamo, inizio a sentire dolore al braccio, come se babyP mi ancorasse a questa strada, a questa città, a questa vita.
Allora le dico facciamo cambio, e la faccio volteggiare verso l'altra mano, ma poi il dolore si allunga sull'altro braccio, e babyP è costretta a danzare da una mano all'altra. 

Siamo due che camminano insieme, e ogni tanto fa un po' male.




sabato 26 ottobre 2013

Il mito di Er e la scelta di una madre.

Platone, attraverso il mito di Er, guerriero caduto in battaglia e poi miracolosamente tornato in vita, raccontò ciò che accade nell'aldilà.
Le anime, dopo aver scontato pene terribili o goduto di premi celesti, giungevano al cospetto di Ananke, la necessità ineluttabile, e delle sue tre figlie. 
In bella mostra vi erano tutti i modelli possibili di esistenza - il tiranno, la starletta, il filosofo - e le anime venivano invitate a scegliere la loro sorte. 



La responsabilità del proprio destino era nelle mani dell'uomo che tendeva a scegliere in base ai ricordi della vita precedente (Odisseo, per esempio, stanco dei tormenti, scelse la vita di un uomo privato e sfaccendato).

Era uno spettacolo compassionevole e ridicolo e, ad un tempo, meraviglioso.

Si narra di una madre che scelse in tutta fretta, senza rifletterci, schiacciata com'era dal peso della responsabilità. E questo le capitò in sorte.

La donna si sveglia a un'ora qualunque della mattina, con gli occhi gonfi da rana e l'alito bolscevico. Strascica i piedi fino in bagno e fa per prendere lo spazzolino, poi qualcuno le sussurra ti aiuto io, cucciolina, e una piccola mano le strofina le setole sui denti. 
La donna ha la testa che pulsa, vorrebbe riavvolgersi nelle lenzuola, ma la bambina non le dà tregua, è tardi, bisogna vestirsi, su, e le infila degli orrendi leggings a pois e una maglietta a righe, poi le annoda i capelli in due codini asimmetrici.

La donna inizia a piagnucolare, non voglio andare a lavorare, c'è un mostro brutto e nero e puzzolente in quell'ufficio. La bambina la prende fra le braccia, e le dice non piangere, tesorino, non ti porto in quell'ufficio brutto e nero e puzzolente. 
Escono, per mano, e s'incamminano verso i giardinetti. La donna si stravacca su una panchina a scrivere status deliranti su Facebook; si accende una sigaretta con fare provocatorio e fa uscire dalla bocca anelli di fumo. Fissa con ostilità adolescenziale altre donne che camminano spingendo passeggini. 
La bambina rimane al suo fianco, con lo sguardo preoccupato.
- Non hai voglia di giocare un po'?
- Devi fare pipì?
- Vuoi la merendina?
La donna non risponde; si è messa a scrivere email velenose a tutti coloro che per anni l'hanno inchiodata alla responsabilità: il suo datore di lavoro, la sorella che è andata a vivere in Germania, suo marito, il professore di filosofia morale, l'ex fidanzato che le aveva lasciato il cane come pegno d'amore.



Tornano a casa, e alla donna sembra di essere felice, saltella e guarda in su: il cielo è vuoto.

Il pranzo è pronto: la bambina le ha preparato proprio quello che desiderava, gnocchi al pomodoro. Mangia con voracità, e chiede ancora, ancora, e la bambina sorride.

La bambina chiude le imposte nella camera da letto e dice è ora di dormire; la donna sprofonda in quel teatro buio, senza dialoghi, senza personaggi, senza azioni. Si risveglia gridando, non capisce dov'è cosa fa chi è, e la bambina accorre subito; dice non c'è nulla di cui preoccuparsi, ci sono io, passa tutto. Quelle parole sono come gocce di Xanax.

Suonano alla porta, ed entrano le amiche della donna: è la bambina ad averle invitate affinché la donna stia con quelle della sua età e se la spassi un po'. Ogni tanto la bambina fa capolino per controllare se hanno bisogno di qualcosa, e trova una donna distesa sul divano, due sul tappeto e un'altra acciambellata sulla sedia. C'è una bottiglia di vodka aperta e briciole di patatine sul tappeto; le donne ridono, eccitate, e leggono ad alta voce conversazioni su WhatsApp. Una si sta pennellando le unghie d'azzurro, gli occhi le luccicano di vodka, poi d'improvviso la malinconia.

Le amiche se ne vanno, e la bambina raccoglie la vodka e i bicchieri e le briciole. Chiede alla donna vi siete divertite? E quella risponde è arrivata la malinconia. La bambina le dice la malinconia passa, io sono qua, accanto a te, e la donna sente sul corpo quel senso di tenerezza.

La donna s'infila un pigiama, scaldato sul termosifone, e si siede a tavola. La cena è pronta: ci sono di nuovo gnocchi al pomodoro, la donna li spiaccica come lumaconi sul pavimento, e la bambina dice non importa, ci penso io; prende dello scottex e pulisce.




La donna e la bambina si mettono a guardare la TV, c'è un bel film dice la bambina, ma poi si alza e va in cucina. La donna sente le voci della TV e i rumori dei piatti infilati in lavatrice. Poi la bambina si abbandona sul divano e la donna sente il ronzio dei suoi pensieri.

È ora della nanna: la donna segue la bambina e augurano la buona notte a una serie di cose inanimate, la casa di fronte, la cucina dell'Ikea, lo spazzolino da denti.

La donna si rigira nel letto, non ha niente a cui aggrapparsi, sgombra com'è del peso della vita quotidiana. 
Si mette in ascolto dei sogni della bambina.














martedì 8 ottobre 2013

Il cuore punge.

"Il cuore punge", ha detto babyP mentre aspettavamo l'autobus, mano nella mano, come due vecchietti sposati da cinquant'anni.

Il cuore non accarezza e non strangola, non lecca e non pugnala, ma punge.

Gli aculei del cuore sono come le setole delle spazzole per fare la piega. Le spazzole termiche per capelli, grosse come rotoli di carta igienica e ispide come vecchi zerbini sui pianerottoli.



Ti sei punta quando hai ricevuto un bigliettino - un origami simile a un fiore di loto - dal vicino di banco del tuo compagno delle medie, quello coi denti bianchi e diritti senza placchette di metallo. Sfogliavi i petali e leggevi ti vuoi mettere con me?, lo richiudevi veloce, scottava, e poi lo riaprivi per crogiolarti nell'amore. Lo hai fatto aspettare un po' per dirgli sì, lo voglio, perché le suore ti avevano insegnato la dote della pazienza o della malizia, e, mentre contavi fino a cento, hai visto almeno altre sette tue compagne giocare col fiore di loto, e pregare sommessamente uno, due, cento.

Ti sei punta quando ti ha detto io più di così non ce la faccio: ti ho preso l'attico, la poltrona di Fukusawa e le fedine di Cartier per i tuoi ossicini di pollo. Un bambino non ce la faccio a comprarlo.

Ti sei punta quando sei uscita da quelle lenzuola, e te le sei avviluppate attorno alla vita - per nascondere un sedere floscio come un soufflé mal riuscito -, e non c'erano più lenzuola sul letto, solo lui, nudo e senza difese. Hai iniziato a camminare come una principessa con lo strascico verso il bagno, e lui ti ha chiamato. Ti sei voltata, con occhi gialla da gatta, e lui ha iniziato a tirare un angolino dello strascico, e tu hai pensato ha voglia di giocare, e ti sei messa a piroettare mentre lui riavvolgeva il lenzuolo. Si è coperto le gambe, il petto e fin sulle orecchie, ha dato le spalle al tuo sorriso, e si è messo a dormire.



Il cuore, come le spazzole termiche, brucia, tira, e soprattutto punge, ma pare che lasci la possibilità di una vita setosa, soffice e brillante.




venerdì 4 ottobre 2013

Il panlogismo dell'autunno.

Una madre della città d'autunno è malata.

Nei mesi di giugno e luglio e agosto, mentre si sollazzava al mare, ha organizzato l'autunno. Sfogliava Stop e pensava alle foglie secche da incollare sui quaderni, leccava una buccia d'anguria e s'immaginava i cachi disposti nella fruttiera, s'immergeva con gli occhialini appannati nel mare e prendeva in considerazione un acquario, da regalare a sua figlia.





Si è organizzata per benino, ruminando a lungo, insieme ai semini d'anguria, quella frase di Hegelciò che è razionale è reale; e ciò che è reale è razionale. La realtà non è nient'altro che il dispiegarsi - faticoso - della ragione: basta riconoscerla, anche nelle sue forme folli.
L'autunno sarebbe stato quello che doveva essere: una serie infinita di facce, atti e oggetti annegati nel nuovo acquario, trasparente e silenzioso.
Facce che dicono no, con occhi velocissimi che vanno da destra a sinistra e da sinistra a destra, atti di ribellione che dicono no, con nasi piccoli che colano lacrime e muco, e oggetti che dicono no, con pulsanti impazziti. Sarebbero finiti tutti nella pattumiera del sistema.

Non ci sarebbe stato posto, in questo autunno, per ciò che sta fuori dal sistema, che non piega le labbra in un sorriso e la schiena in un inchino. 
Nell'acquario l'acqua è immobile; le facce, gli atti e gli oggetti galleggiano a pancia in su, inanimati, dolci e innocui.

La madre della città d'autunno ha impacchettato le passioni, e le ha messe fuori dalla porta.
Ha riposto nelle scatole di cartone i vestiti leggeri dell'estate e le espadrillas a pois. Ha tenuto un golf di cotone. Ha conservato e superato.
Ha chiuso le orecchie, come fanno i bambini girando una valvola immaginaria all'interno del padiglione, e non ha sentito arrivare l'inatteso.

Le giornate si sono fatte più fresche e buie e corte, e la speranza che riponeva nell'autunno si è riavvolta di scatto, come un metro, e le ha pizzicato le dita.

È malata, ora, e si aggira con una camicia da notte di quand'era incinta, con una pancia di stoffa vuota, tra corsie brulicanti di bambini, lacrime, multe insolute, mariti, telecomandi, capelli bianchi, capiufficio, faldoni, tisane depuranti.

È malata, e sente la sua voce rimbombare dentro l'acquario.






martedì 17 settembre 2013

Tentativi di apatia stoica.

In questi giorni imballo pacchi di differente peso e misura con la carta color pesca del Sole 24 Ore. Li sigillo con lo scotch marrone, che odora di veleno. Uso i pennarelli di babyP, quelli con la punta grossa, e scrivo su ognuno di essi cosa contengono: inquietudine, euforia, noia, trasgressione, paura, smania, insofferenza, ambizione, voracità, malinconia.
Do loro un'ultima occhiata, priva di pensiero, e li accatasto fuori dalla porta.
Ho preso tutto quello che avevo dentro, e l'ho messo alla porta.
Sono diventata apatica.




L'apatia, ovvero l'assenza di passioni, secondo gli Stoici è condizione per raggiungere la felicità.
Felicità è svuotare, privare, sottrarre. La casa degli Stoici è uno spazio bianco, pulito e ordinato. È una casa razionale con le mutande stirate, le spugne strizzate e le crepe stuccate. Al suo interno gli inquilini sussurrano, masticano a lungo gli alimenti e non maledicono il destino.

Osservo dallo spioncino le mie passioni impacchettate. Leggo i loro nomi e non mi dicono nulla.
Mi aggiro per casa, e mi sembra che ogni cosa sia al suo posto. I libri sono in ordine alfabetico, coi dorsi allineati. BabyP cerca qualcosa, lo trova e spinge l'ultimo tassello, quello della pecora, di un puzzle di legno. Nel frigorifero c'è la verdura al piano basso e i formaggi a quello alto e un bicchiere d'aceto per eliminare i cattivi odori. Scelgo un libro, alla lettera W, e mi stendo sul divano, il corpo molle e la mente vigile.

È BabyP ad accorgersi del rumore: tic tac, ffffssss, bam bam
Tamburellano sui vetri delle finestre, cercano d'infilarsi in qualche pertugio, bussano con violenza sulla porta blindata. Ostinate, le passioni si agitano intorno alla casa. Serro le aperture, infilo stracci nella cappa, metto la catenella alla porta.
BabyP sale sulla sedia e saluta dalla finestra le passioni: a dopo, dice, strizzando l'occhio.




Tornano dopo, quando è tutto vuoto e nero e lento, per giocare coi sogni di babyP - sogni di gelati a sette gusti -, e per giocare con la mia ragione. Tic tac, ffffssss, bam bam, mi aggrappo alle lenzuola con le dita come uncini. Ragiono, penso a quello che funziona - ho una cattedra, babyP è entusiasta di fare salsicciotti di pongo al nido, ho perso un chilo, il mensile dell'autobus non è aumentato, babyP si fa la pipì addosso solo nei negozi o per strada o sui divani altrui ma in casa nostra mai- e lascio fuori quello che ingarbuglierebbe la realtà a cui aderisco con gli uncini.

BabyP mi chiama - ora è tutto pieno e bianco e veloce -, le do un bacio, forza, dai, andiamo a fare colazione e poi al nido a giocare col pongo. Si accoccola sul divano, con un libro scelto alla lettera D, e con fare distratto inizia a ticchettare, sibilare e bussare con le labbra. 
Stretto in un pugno ha un quadratino color pesca.











venerdì 5 luglio 2013

Come (non) riempire la borsa da spiaggia.


"Perché avete tutti paura della libertà?", sbraita a un suo allievo l'emerito professore Nikolaj Stepanovič in "Una storia noiosa" di Čechov.

"Perché non sappiamo cosa metterci dentro", potrei rispondergli.

La libertà è come una di quelle borse da spiaggia flosce che, solo una volta riempite - di crema, costume, occhiali da sole, infradito e scavatrice -, acquistano consistenza e dignità ontologica.



Ci sono mattine, d'inizio estate, quando il sole nasce presto come una promessa  di qualcosa, che viene una gran voglia di riempire la propria borsa, con una fretta che viene dal ventre.

Una donna si dipinge le unghie come uno sfarfallio di coleotteri colorati.

Un bambino si finge malato per non andare a scuola. Appoggia il termometro alla lampadina, e poi piagnucola attenzioni. La mamma, senza toccargli la fronte, dice va bene, hai la febbre, sono in ritardo, devo correre in ufficio, speriamo che passi in fretta ché ho prenotato tre giorni di albergo al mare. Chiamo la babysitter. 

Una ragazza col vestitino provenzale e le zeppe di corda va al mare con un uomo, sposato, e trascorrono la giornata a scattarsi foto - prima lei, poi lui, poi loro due insieme - . Alle cinque è ora di tornare in città, perché l'ignara famiglia di lui lo aspetta per cena, e lei prova una fitta al cuore, percepisce qualcosa d'insensato, quasi crudele: non potrà pubblicare le loro foto su Facebook.



Un uomo chiama la moglie per nome - Clara - per sette anni, poi, un giorno in cui lei sta cullando un piccolo essere umano, inizia a chiamarla "mamma", e non la perdona per quella metamorfosi.

Una bambina ruba una winx a un'altra bambina. Nessuno la scopre, ma lei è insoddisfatta, e presto annoiata dalla winx: la prossima volta ruberà la bambina.

Un ragazzo rivela il suo amore a chiunque lo faccia sentire meno solo.



Non è l'urgenza a renderci liberi: la libertà riempita di tutta fretta ingombra e pesa.

È per questo motivo che io e babyP stiamo per partire per i mari del sud con una borsa vuota: andiamo a cercare laggiù parole che galleggiano sull'acqua, corpi selvatici che camminano senza scarpe e si stringono senza vestiti, notti in cui l'unica connessione è quella col silenzio.


A presto.







martedì 25 giugno 2013

Le mamme del mare di giugno.

La filosofia può risultare antipatica, a volte. Soprattutto quando si mette in testa di demolire certezze credute, abitudine reiterate e scorciatoie per il successo, ovvero i luoghi comuni.

Questa, per esempio, è la vera storia delle mamme del mare di giugno.

Arrivano dopo il dieci di giugno con le berline color prugna dei mariti. Stringono il volante con entrambe le mani e sfrecciano oltre i limiti di velocità, per allontanare la città, l'ufficio, il pallore dei loro volti. 

Arrivano tutte insieme, le mamme del mare di giugno, e, una volta scaricate le auto, e i figli, si affacciano -coraggiose- al loro destino.

Il mare di giugno è liscio come l'olio, con una miriade di meduse che galleggiano in superficie, simili a piccole orecchie trasparenti.
Il cielo è grigio: grigio topo, grigio piombo, grigio polvere.



Le mamme del mare di giugno parlano tra loro, senza perdere di vista i bambini. Parlano di quando non avevano tutta quella pelle che pendeva dalla pancia, e di quando il sole macchiava la loro pelle di lentiggini.
Hanno memoria di ogni anno che passa, di ogni ruga e di ogni chilo in più delle altre mamme di giugno.

Le mamme del mare di giugno non occhieggiano più il bagnino, ma l'Iphone.

Le mamme del mare di giugno dicono sì, sì al gelato al fior di latte, sì alla pistola ad acqua, sì al tuffo carpiato dalla boa in mezzo al mare, e poi compensano con altrettanti no, no al secchiello di Hello Kitty, no alla pesca di ricci, no alla gita in pattino. Pronunciano quei sì e quei no come gli oracoli della Pizia, in uno schema alogico sempre uguale: dopo tre sì, almeno tre no, e così via.



Le mamme del mare di giugno vanno alla ricerca dell'esotico, la sera, fasciandosi con leggins di palme, liane e tucani. Spingono passeggini o stringono piccole mani, e vagano per il lungomare tra spettacoli di burattini e venditori di mandorle caramellate.
Con l'imbrunire la nostalgia del passato, o del futuro, si fa più forte, e allora si siedono ai tavolini di plastica di un bar, e immaginano di essere in un chiringuito a Formentera, proprio là dove persero l'innocenza avviticchiandosi a sconosciuti coi foulard colorati attorno al collo e un lieve odore di divanetto da discoteca.

Le mamme del mare di giugno hanno una pila di libri sul tavolino accanto, e Viver sani e belli tra le mani.

Le mamme del mare di giugno, quando non escono, mettono a dormire presto i bambini, per ritagliarsi uno spazio tutto per sé, sul balconcino incastonato tra i palazzoni degli anni sessanta. Si perdono a guardare la luna abnorme comparsa in cielo: trasognate, si domandano perché non ci sia campo.




Un anno, il 2011, - lo ricorda ancora il bagnino, una mamma di giugno e il macellaio - una delle mamme non si presentò all'appello.
Secondo il bagnino, un evento traumatico l'aveva fatta diventare una mamma della montagna di giugno.
Secondo una mamma di giugno, quella col trikini e l'abbronzatura a spicchi, era colpa del marito che si era ingelosito - a torto - perché lei si arrampicava spesso sul trespolo del bagnino per verificare se lassù il cellulare prendesse.
Secondo il macellaio, quello che fa gli hamburger a formo di topolino apposta per le mamme di giugno, era colpa dello iodio, che l'aveva portata alla follia.


Di lei rimase solo un autoscatto nella cabina 43, con i laccetti del bikini legati sulla schiena e gli occhi come brodo bollente, che il proprietario dei bagni Serenella attaccò con una puntina da disegno nella bacheca, tra i prezzi degli ombrelloni e gli avvisi ai bagnanti.



lunedì 10 giugno 2013

La difficile solitudine di Montaigne.

La solitudine è un romantico tête-à-tête con se stessi.

Montaigne elogiava la solitudine in quanto condizione irripetibile per sprofondare in sé, e scollarsi di dosso gli affanni altrui come si fa con una vecchia carta da parati ingiallita.
È naturale, continuava il filosofo, avere una famiglia, un lavoro e dei beni ma non bisogna attaccarsi a essi: una moglie graziosa, una cattedra all'università e una casa da rivista non danno la felicità.

Quella la si ritrova solo in un “retrobottega tutto nostro” con una lampadina che penzola dal filo e scaffali pieni di libri non letti, scatoline di viti e bulloni, due bottiglie di birra, e la compagnia più piacevole: se stessi.



La solitudine è una sospensione da messaggi che non arrivano, da carezze che non ci toccano, da concessioni che non vogliamo fare.

Montaigne suggerisce di affrettare il trasloco da una vita spesa per gli altri a una ritirata in sè. Bisogna "sposare solo se stessi", estremizza il filosofo.

Io mi immagino Montaigne, con il farsetto e la calzamaglia, nella torre d'angolo del suo castello a scrivere i Saggi
Cammina in tondo, prende un libro di Plutarco, lo sfoglia e poi lo lascia aperto sulla scrivania. 
Annota qualche frase intelligente di Plutarco, o di Seneca, perché non ha una gran memoria e tutto sembra colargli fuori dalla mente.
Fantastica sull'odore di pollo arrosto che proviene dalla cucina e sulle braccia grassottelle della contadina che intravede dalla finestra con un cesto di uova tiepide.
Poi, sul più bello, quando gli pare di aver trovato le mot juste, irrompono nel suo retrobottega i figli, tutti e sei.


Il primo ronza come un moscone.
Il secondo vuole giocare coi tarocchi di Mantegna.
Il terzo oscilla le gambe, e le braccia, invitandolo a ballare la branle.




Il quarto bercia una canzone da menestrello.
Il quinto accompagna il quarto con la spinetta.
Il sesto chiede perché. Perché non può mangiare i frutti rossi e rotondi delle piante ornamentali che arrivano dall'America. Perché ha ragione quel Copernico se poi tutti i grandi scienziati restano sul vago quando è il momento di ammettere che è la terra a girare intorno al sole. Perché i cattolici ce l'hanno tanto con gli ugonotti se alla fine dio è sempre lo stesso.





La solitudine, è proprio vero, non è di colui che non riesce a starsene solo nella sua sua stanza.














martedì 4 giugno 2013

Il sublime salverà il mondo.

In una certa fase della vita non è più la bellezza a salvare il mondo, bensì il sublime.

È la corruzione. Di quella misura, di quell'armonia, di quel limite che il bello impone.

Un bambino può ancora giocare con la bellezza, e con la verità legata ad essa. 
Un bambino è bellezza visibile.  
E non è per l'odore di cagnolino bagnato, le parole immediate, le dita morbide come gnocchi che ti accarezzano la faccia.
È perché è un puntino ben incastonato nel cosmo




È solo un bambino, e non deve far altro che ridere con quattro denti in bocca, pestare i piedi, e giocare. 
Costruirsi, insomma. Non modificarsi.

Tu che sei un essere adulto, invece, un posto nel mondo non ce l'hai più
Hai costruito per tanti anni, ma poi hai smesso di farlo perché è arrivato il momento di correggere, limare, cancellare. 




Te lo sei detto da solo, e gli altri hanno confermato: non va bene quello che sei diventato.
Troppo magra, dice tua madre.
Troppo egoista, dice tuo marito.
Troppo cervellotica, dice la tua amica.

E ora ti ritrovi a riempire quei buchi di assenza che hai scavato, come in un pezzo di groviera. 

Ti resta il sublime, lo smisuratamente grande e potente.
Ti resta tutto ciò che urta, stride, e fa violenza. 
È la tua ultima speranza: deviare, e minacciare il tuo sistema di autoconservazione fatto di serate davanti alla tivù con la copertina di cachemire, di parole ingoiate, di surgelati cotti in padella.



Come quando tutti quelli che conoscevi ti dicevano "come ti sei sistemata bene". Dal momento che eri intelligente, avevi trovato un lavoro con la tredicesima e la quattordicesima; dal momento che eri graziosa avevi trovato un marito dai modi gentili che ti baciava sulla guancia; dal momento che eri fortunata avevi messo al mondo due bambini così educati che non parlavano mai a sproposito e non si macchiavano col gelato.

Non eri sistemata per nulla: il cervello era finito tra le scapole, e il cuore nella rotula destra. 

Così avevi iniziato a passare le ore su Internet a leggere tutto quello che i liberi pensatori, i viandanti, i poeti e i rivoluzionari offrivano per tenere lontana la morte, e le altre sciagure umane. 
Un giorno uno di quei liberi pensatori iniziò a scriverti delle parole così squallide così patetiche così cacofoniche che provasti paura. Perché lui si era incapricciato di quel cervello tra le scapole e di quel cuore nella rotula destra, di quella voragine di cui ti vergognavi, e che nascondevi. 

Fu una storia sublime e sciagurata, tra due che non s'incontrarono mai, ma che ti rimase incollata addosso così com'era: senza luce, senza forma e senza sicurezza.










giovedì 23 maggio 2013

"Da quando ho imparato a camminare mi piace correre."

"Da quando ho imparato a camminare mi piace correre", scriveva Nietzsche.

L'essere umano non s'accontenta delle piccole conquiste, tira capocciate contro i propri limiti, mette a soqquadro l'equilibrio raggiunto come fa un bambino coi suoi giocattoli.



Da quando hai imparato a amare, ti piace l'idea di avere un fidanzato. 
E da quando hai trovato un fidanzato con un lavoro nell'immobiliare, nessuna dipendenza dichiarata e una casa vicino a Portofino, hai iniziato a notare cosa non funzionasse in lui (ha il tartaro, legge solo Dan Brown, sminuzza gli spaghetti con forchetta e coltello, ha un paio di scarpe Hogan, beve troppi negroni all'aperitivo e poi a cena è sbronzo e non comunica).

E da quando gli hai confessato cosa non funzionava, ti sei sentita fiduciosa nel cambiamento. E da quando ti sei sentita così ottimista, hai pensato che mancava ancora qualcosa in quella rivoluzione d'amore: un anello. E da quando hai scoperto che il valore dei diamanti è determinato dalle "quattro c", hai scelto quello che ti piace, il Koh-i-Noor. 

E da quando hai scelto l'anello adatto, non hai potuto fare a meno di pensare anche all'abito da sposa, magari corto -per stupire-, la chiesetta a seicento chilometri da casa, l'appartamento da comprare con la camera per i bambini, e il nome per i figli, ovviamente, che ti piacerebbe iniziasse con la "P".

E quando gli hai sussurrato "anello, matrimonio, casa, figli", come fosse una dichiarazione d'amore, lui ti ha guardato in fondo agli occhi, e ti ha detto: "Ho una sorpresa per te".
Ma non hai mai saputo di che cosa si trattasse.



BabyP si domanda se sia più puro il Koh-i-Noor
o il diamante azzurro Hope.


Da quando hai imparato a scrivere, ti piace l'idea che tutti leggano le righe bellissime e profondissime che scrivi. 
E da quando hai aperto un blog che parla di te ma in realtà non sei tu, sei molto meglio, un po' rock, un po' glamour, un po' hipster con la maglietta a righe e la montatura nera degli occhiali, ti piace che le tue amiche e tua madre ti facciano tanti bei complimenti. 
Così hai iniziato a scrivere anche racconti, sonetti e pamphlet, e li hai inviati alle riviste letterarie, ai concorsi per gli esordienti, e pure alle case editrici, ma solo quelle che t'immagini fatte di persone con la maglietta a righe e gli occhiali con la montatura nera. E da quando hai mandato tutto, e nessuno ti ha risposto, ti sei comprata la maglietta a righe, gli occhiali e pure una Moleskine con la pelle liscia liscia. 

E da quando giri così, una rivista indipendente e molto alternativa ti ha notato, e ti ha scritto che non si fa così, non si mandano dei racconti copiati da Carver, Wolff e Ford con qualche errore d'ortografia e dei titoli cretini. 



Beccata!

Da quando hai imparato a essere una mamma, ti piace mostrare di essere una mamma speciale
E da quando ti piace dimostrare di essere una mamma diversa da tutte le altre, ti sei letta tutti i manuali sulle mamme, tutti i blog sulle mamme e tutte le riviste sulle mamme, e ti sei iscritta a tutti i corsi per le mamme, quello per rassodare i glutei col passeggino e  quell'altro per far passare la nostalgia dei vent'anni. 
E da quando hai letto qua e là pillole di saggezza varie, hai capito che dovevi innanzitutto essere in forma, e correre per chilometri all'alba, truccarti le palpebre come cozze luccicanti e scattarti foto in ascensore per non perdere il tuo essere donna.


Così hai fatto tutte queste cose, e l'hai fatto sapere alle altre mamme che tu eri speciale, che alle due di notte facevi un tutorial per fare le decorazioni per i cupcake a forma di matrioska, che eri un modello per tutte quelle che facevano solo le mamme normali, insomma.

Poi un giorno una bimbetta, avrà avuto tre anni, col viso simpatico e gli occhi allungati come i tuoi, ti ha chiesto se avevi lavato il grembiulino per l'asilo, e sei stata assalita dai dubbi: chi era quella bimbetta?





Una mamma "speciale".


martedì 14 maggio 2013

Lo strano disegno di Wittgenstein e di babyP.

Wittgenstein definiva il filosofo come un tizio che fa uno strano disegno, poi lo prende, ce lo mette davanti agli occhi e chiede "Che cos'è?".

A babyP piace molto disegnare. 
Ha pastelli, pennarelli lavabili, matite e anche qualche vecchia bic. 
Ha tanti fogli, alcuni grandi, altri piccoli come francobolli. 
Si siede e inizia a tracciare segni colorati, concentrata come uno che risolve le equazioni di quinto grado.



Oppure si spalma per terra, come uno scendiletto, e fa avanti e indietro con le matite, in maniera quasi rabbiosa.





A questo punto m'intrometto, con la convinzione che un gioco non può essere solo un gioco, e le disegno una tartaruga, un grattacielo, una brioche con l'uvetta e le chiedo "cos'è?". 
Vado sul difficile, e le disegno un arabo che vende spezie nel souk di Marrakech e le chiedo "cos'è?". E lei non si scoraggia, mi risponde "giallo, rosso, marrone".

Poi capita quello che già Wittgenstein raccontava.
BabyP fa un disegno complicatissimo, più complicato dell'arabo con la cannella, la curcuma e il cumino. E, senza sollevare gli occhi dal foglio, mi chiede "Cos'è?".





E io non so cosa rispondere perché quello scarabocchio bellissimo non corrisponde a nessun oggetto del mondo che mi sono costruita. 
Ci provo, comunque: "È il Leviatano con il corpo fatto dai sudditi, piccoli piccoli, e la spada, la corona e il pastorale? È  la lavastoviglie quando papà l'ha smontata, e si è preso pure la scossa, col tubo carica acqua, il pressostato e l'elettrovalvola? È  ...?".
BabyP ride, e scuote i riccioli.

Non trovo il mio ordine, le mie regole, la mia realtà. 
Ma non c'è inganno.

C'è solo lei. 
E io che sbatto contro quel vetro sottilissimo che divide il suo mondo dal mio. 

Il suo mondo è ancora quello di chi crede che le stelle brillino per davvero, quando le guardi, e non che siano spente ormai da anni.