Wittgenstein definiva il filosofo come un tizio che fa uno strano disegno, poi lo prende, ce lo mette davanti agli occhi e chiede "Che cos'è?".
A babyP piace molto disegnare.
Ha pastelli, pennarelli lavabili, matite e anche qualche vecchia bic.
Ha tanti fogli, alcuni grandi, altri piccoli come francobolli.
Si siede e inizia a tracciare segni colorati, concentrata come uno che risolve le equazioni di quinto grado.
Oppure si spalma per terra, come uno scendiletto, e fa avanti e indietro con le matite, in maniera quasi rabbiosa.
A questo punto m'intrometto, con la convinzione che un gioco non può essere solo un gioco, e le disegno una tartaruga, un grattacielo, una brioche con l'uvetta e le chiedo "cos'è?".
Vado sul difficile, e le disegno un arabo che vende spezie nel souk di Marrakech e le chiedo "cos'è?". E lei non si scoraggia, mi risponde "giallo, rosso, marrone".
Poi capita quello che già Wittgenstein raccontava.
BabyP fa un disegno complicatissimo, più complicato dell'arabo con la cannella, la curcuma e il cumino. E, senza sollevare gli occhi dal foglio, mi chiede "Cos'è?".
E io non so cosa rispondere perché quello scarabocchio bellissimo non corrisponde a nessun oggetto del mondo che mi sono costruita.
Ci provo, comunque: "È il Leviatano con il corpo fatto dai sudditi, piccoli piccoli, e la spada, la corona e il pastorale? È la lavastoviglie quando papà l'ha smontata, e si è preso pure la scossa, col tubo carica acqua, il pressostato e l'elettrovalvola? È ...?".
BabyP ride, e scuote i riccioli.
Non trovo il mio ordine, le mie regole, la mia realtà.
Ma non c'è inganno.
C'è solo lei.
E io che sbatto contro quel vetro sottilissimo che divide il suo mondo dal mio.
Il suo mondo è ancora quello di chi crede che le stelle brillino per davvero, quando le guardi, e non che siano spente ormai da anni.











