giovedì 27 dicembre 2012

Candido, o l'ottimismo.

Non sono mai stata un'inguaribile ottimista. Dubito fortemente di gente come Leibniz che asseriva che "viviamo nel migliore dei mondi possibili".

Eppure, in questa fine d'anno, diversi segnali mi conducono a provare, per una volta, a cambiare punto di vista. 
Segnali filosofici, s'intende.
Per fare un esempio, basta osservare come si sono concluse le birre di Natale:




Pollicioni su, soddisfazione generalizzata per l'anno trascorso, "mipiace" alla vita, speranze confuse ma appassionate per quello che verrà. 
E io sarei rimasta l'unica...?



Mancano una manciata di giorni alla fine dell'anno, e il mio proposito sarà questo: diventare come il Candido di Voltaire. Meno ingenua e sfigata, se possibile, proverò a essere il bersaglio dello scherno del filosofo francese. E babyP sarà la mia Pangloss-Leibniz, guida per comprendere perché "tutto va per il meglio":
























Con questo buon proposito, auguro un anno "à la Candide".


Noi lo inizieremo volando verso un luogo dove ora la temperatura è sui 15 gradi. Il che contribuirà a farci correre felici sulla spiaggia, sospendendo le espressioni facciali da muso lungo.

domenica 23 dicembre 2012

Natale in casa babyP ovvero il Natale filosofico.

Noi filosofe non abbiamo un grande spirito natalizio. 
Siamo:



Non abbiamo fatto i gingerbread. 
Ho però fotografato dei biscotti da una rivista e ho spiegato a babyP che l'idea di Biscotto è perfetta (più gustosa, più decorata, più friabile) rispetto al biscotto empirico.



Lascio la libertà a babyP di crearsi l'illusione di Babbo Natale, l'oppio dei bambini. 
Odiamo, però, i cappelli da babbonatale, in particolare quelli con le lucine.


Come babyP s'immagina Babbo Natale. Senza cappello.


Non facciamo regali faidate. Non giriamo per mercatini di Natale. Andiamo e torniamo in maniera ossessiva da Tiger, questo sì. BabyP ha imparato a dire fiocco, fungo, anche xilofono grazie al volantino.






Ho comprato regali in maniera confusa e li ho impacchettati malamente. BabyP ha imparato ad appiccicare lo scotch. Mi sono ricordata di non usare la pinzatrice per i pacchetti dei bambini. 
I regali che ci scambiamo io e babyP non hanno a che vedere con la plastica, con i gadget per l'Iphone, con guido cantaconta cavalcabile, con il pull bleumarine.


I regali di babyP
I miei regali.









































Non abbiamo il presepe con la carta argentata, il cotone e la muffa putrescente. 
Il nostro albero è penoso, ma, su suggerimento di babyp, abbiamo appeso le sue citazioni filosofiche preferite.

Non abbiamo imparato neanche una canzone natalizia. BabyP si è divertita un mondo solo con quella di pret-à-maman (e io pure).


Aspettiamo con ansia il 25 pomeriggio, per la tradizione più antitradizionalista di questa casa: le birre di natale con le amiche.



L'anno scorso è finita così.


Auguri filosofici a tutti
Love_Esprit de finesse_ Noluntas



mercoledì 19 dicembre 2012

#Tuttoparladivoi. Miti platonici #Gli uomini-palla


Tutto parla di voi  è un progetto in rete sulla maternità correlato al film "Tutto parla di te" di Alina Marazzi, vincitore del premio "Camera d'oro" al Festival del Cinema di Roma.
La maternità è destabilizzante, ammette "Tutto parla di voi".

È destabilizzante perché da uno si diventa due. 

C'è un mito meraviglioso raccontato nel Simposio da Platone per bocca del commediografo Aristofane: il mito degli uomini-palla, come lo chiamo io. 
All'inizio dei tempi i generi umani erano tre, e la loro forma era sferica; ciascuno con quattro gambe, quattro braccia, due volti, quattro orecchi e due organi genitali. Date le fattezze ruotavano come acrobati, ridendo a crepapelle.




Completi, forti e felici, iniziarono a comportarsi in maniera arrogante con gli dei così Zeus, spaventato, li divise in due. Ed eccoci qua: un uomo e una donna, una donna e una donna e un uomo e un uomo.
L'amore nasce da questa rottura: ogni metà cerca disperatamente il suo completamento, come guarigione, effimera, alla separazione.



Quando ero incinta, mi sentivo come quegli esseri primigeni: bella, superba, rotonda.
Avevo due cuori, quattro mani e quattro piedi. 



Poi babyP è nata.
Dopo poche ore dal parto, eravamo in stanza io e lei. Avevo sonno, tanto, volevo solo dormire, ma lei mi fissava attraverso il plexiglas della culla con occhi di petrolio. Non era più il tempo dell'intero, non era più tempo di dormire: lei aveva tre ore di vita, e voleva vedere che succedeva in questo mondo, e quale madre le fosse toccata in sorte. E non ho più dormito.

Lei, insomma, aveva preso in mano il suo destino, mentre io avrei cercato per sempre quell'unità perduta.

L'avrei cercata  cullandola nella notte , 
preparandole pappe profumate al basilico, 
lavandole i capelli come fanno i parrucchieri -con un lieve massaggio-, 
infilandola di soppiatto nel lettone,















imparando a memoria a memoria Pryntil di Vinicio Capossela,
vincendo la paura di tagliarle le unghie,
rotolandomi su tappeti-prati-spiagge, 
incantandomi a guardarla ogni mattina come fosse appena arrivata,
indossando le righe come lei,















scoprendo le albe sul fiume, così diverse da quelle in cui uscivo dai locali sul medesimo fiume, 
rompendomi la schiena per insegnarle a camminare, 
trovandola geniale nella storpiatura delle parole,
interessandomi degli animali -tutti, dalle formiche alla gazza ladra- apprendendo versi e classificazione tassonomica-,






(la stella è tornata al suo mare, dopo l'incontro con babyP)







piangendo -di felicità e di stanchezza- .

La cerco oggi, dopo aver passato una notte insonne facendomi vomitare addosso da babyP, sentendomi male anch'io, e aspettando l'alba e il camioncino dell'immondizia abbracciate sul divano.







lunedì 26 novembre 2012

Miti platonici. #Gige e la giustizia "invisibile".

I miti platonici sono preziosi racconti che esprimono, attraverso immagini, contenuti filosofici e metafisici, portandoci al di là della finita comprensione umana.

Oggi io e babyP abbiamo letto il mito di Gige, che si trova nella Repubblica, dialogo dedicato al tema della giustizia.

Gige era un pastore al servizio del re della Lidia. Un giorno mentre pascolava le pecore si aprì una voragine nel terreno e lui, impavido, scese a vedere cosa c'era: un cavallo di bronzo e, al suo interno, un uomo morto che indossava solo un anello d'oro. Gige s'intascò l'anello. Il pastore provò a girare verso di sé il gioiello, e divenne invisibile. Poi lo girò in senso opposto, e tornò visibile. 
Sfruttando il potere magico dell'anello, s'intrufolò nella reggia, sedusse la regina, insieme a lei uccise il re, e conquistò reggia, regina e corona. 


Magritte, Le Pèlerin, 1966.


Chiunque, giusto o ingiusto che sia, commetterebbe ingiustizia se avesse il potere magico di divenire invisibile, e quindi non essere giudicato.
La giustizia è dunque solo una convenzione sociale, non un valore naturale dell'uomo, nata per porre un argine alle inevitabili faide tra uomini.
Chiunque, nel suo cuore, ritiene più vantaggiosa l'ingiustizia e, se non fosse visto (e dunque non punito), ruberebbe, trufferebbe, mentirebbe senza esitazione.

Platone contesta questa visione individualistica e amorale, e sostiene che la giustizia è un
valore assoluto che nasce dalla supremazia della ragione sull'irrazionalità, sia nell'animo umano sia nello Stato.

Il mito di Gige secondo babyP, ovvero cosa farebbe se fosse invisibile.


BabyP gira l'anello. E pensa di essere diventata invisibile.
O perlomeno che io lo sia diventata.

Fa il bagnetto ai suoi peluche. Schizza ovunque.
Apre l'acqua bollente.

Snobba le letture filosofiche in favore di letteratura dozzinale.
E apprezza.


Prende il cellulare, e finge di chiamare: "Ponto, ponto! Ciao, ciao!".
E manda un messaggio vuoto alla santanonna.


Si fa mettere le mollette che non le metto mai.
Avesse potuto si sarebbe fatta anche i buchi alle orecchie,
il piercing all'ombelico e un tribale sulla caviglia. 
S'infila gli occhiali da sole in casa e me li fa indossare.
Tipo le starlette che in albergo hanno paura dei paparazzi
.




Piove sul giusto e piove anche sull'ingiusto; ma sul giusto di più, perché l'ingiusto gli ruba l'ombrello. (Lord Bowen, giudice inglese del XIX secolo).



giovedì 22 novembre 2012

Schopenhauer e l'amore.

Schopenhauer è uno dei filosofi che mi piace di più. 


Nella prima metà dell'Ottocento dominava la filosofia hegeliana: lui la detestava e la criticava apertamente. Fissava le sue lezioni all'università di Berlino in concomitanza di quelle - affollatissime - di Hegel, e si ritrovava a parlare ai muri. 


Che ci sia Hegel a fare lezione nell'altra aula?

Non godeva di popolarità, dunque. 

Era pessimista quando tutti i suoi colleghi proponevano filosofie allegre e consolatorie. 
La nostra essenza è la volontà di vivere, cieca e irrazionale, che ci spinge a continuare ad affannarci alla ricerca di qualcosa, nonostante tutto sia solo dolore e noia e bisogno. Il nostro è il peggiore dei mondi possibili.

Proponeva, per liberarci dalla sofferenza cosmica, l'ascesi, la massima indifferenza a tutto, il puro nulla. E, intanto, lui predicava bene e razzolava male. Altro che digiuno e castità: era goloso, litigioso, taccagno, egoista, intrecciò diverse relazioni puramente sessuali con donne. 

Disprezzava gli uomini, ma amava gli animali. In particolare, il suo barboncino che si portava come commensale al ristorante.


"Il mio cane è trasparente come il vetro" 
(Schopenhauer)


Fu il primo filosofo occidentale a studiare e importare concetti dalla sapienza orientale iniziando una tendenza che si sarebbe involuta per scopi commerciali.

La concezione più sconvolgente di Schopenhauer è quella sull'amore, "interesse della specie", "demonio maligno".
L'amore non è nient'altro che l'impulso della volontà che, attraverso apparenze ingannatrici (teneri sentimenti, parole dolci, sguardi rapiti), realizza il suo scopo più alto: la generazione di un nuovo essere. Perpetuare la specie significa per il filosofo rendere eterna anche la sofferenza. 

Ancora più sconvolgente è stata la reazione di una classe interamente maschile, misogina, dove l'amore fa rima con sesso (romanzato, iperbolizzato, mitizzato) e che trascorre il tempo a scrivere volgarità come commento alle citazioni romantiche di Facebook delle coetanee. 
Loro si sono scandalizzati. E hanno iniziato a parlare di sentimenti, citare Baglioni (Baglioni?), affermare con sicurezza che loro si sposeranno, e per amore. 

E, così, ci siamo tutti liquefatti come miele scaldato in un pentolino con un goccio d'acqua.

Io, ormai fatta di miele, aggiungo che, da quando il "genio della specie"
ha sconvolto e ingarbugliato tutto per far arrivare BabyP,
il mio è diventato il migliore dei mondi possibili.




venerdì 16 novembre 2012

Cogito, ergo sum?

Cartesio è passato alla storia come fondatore della filosofia moderna, ma era un tipo solitario, timido, pauroso. E pure cagionevole di salute tanto che, dopo essere stato prelevato da una nave da guerra della regina Cristina di Svezia, morì di polmonite a Stoccolma a causa delle levatacce imposte dalla regina per impartirle lezioni filosofiche (veniva svegliato alle 5: devo iniziare a preoccuparmi?).





Non avrebbe mai immaginato, insomma, di scrivere lo slogan filosofico più noto (eccetto che ai miei studenti): "cogito, ergo sum". 


"BabyP, dov'è la res cogitans?"

La vera rivoluzione stava nel fondamento del suo slogan: il dubbio. 
Bisogna dubitare di tutto: guardo il mondo, e mi appare fasullo. Non trovo un senso alla vita. Tutto è chimera.
Dubito, dubito, mummble, mummble, e arrivo però a un principio indubitabile, sul quale rifondo la mia visione. 
Il dubbio di Cartesio è metodologico. A forza di essere sommerso dai dubbi, mi rendo conto dell'unica certezza in mio possesso: sono un essere dubitante, ovvero pensante. 
Io sono pensiero, libero e consapevole, e questa è la sostanza che mi distingue dal resto del creato. Io penso, e agisco nel mondo in quanto dotato di pensiero.

Che sollievo fondare una filosofia sul dubbio.

Diventare mamma mi ha reso molto dubbiosa, ergo molto pensante, a discapito delle apparenze.




Dubito di dover continuare a bollire ogni mattina verdure biologiche, sane e insipide.

Dubito che quella faccia riflessa sul vetro del forno sia la mia: è raggrinzita e rassicurante come una torta di mele.

Dubito di far crescere babyP in una città che sa di pelle di sedili di treno e kebab e vermouth. Un giorno abiteremo su quell'isola che sa di zolfo e capperi e malvasia, e, forse, ci annoieremo a morte.

Dubito di essere l'unica mamma al mondo che lavora, passa il mocio vileda intorno, e non sotto, ai mobili, cucina bistecchine coi bordi raggrinziti, e sorride come la protagonista di una soap opera.

Dubito di avere doti creative: compro veline colorate, animaletti di feltro, colle atossiche che rimangono appiccicate al sacchetto, insieme allo scontrino.

Dubito di riprovare l'ebbrezza di quei baci, quelli bagnati e molli dei quindici anni, e quelli da uccellino che mi dà col suo becco babyP.

Dubito di smettere di immaginare, senza rimpianto, un'altra vita.

Dubito di aver vissuto serate con le amiche, che se mi andava di uscire a mezzanotte, mi truccavo, infilavo il cappotto, e uscivo.

Dubito di riuscire a programmare tutto, a che ora potrò finire il libro che ho sul comodino, che umore avrà babyP al risveglio, cosa inventerò domani al lavoro per poter uscire un'ora prima.

Dubito di rientrare in quei pantaloni di pelle nera, da biscia, taglia 40.


Dubito che siano le quattro del pomeriggio perché mi sembrano le 11 di sera.

Dubito, e dunque penso. È già qualcosa. 
Penso, e dunque sono: una madre.
Riparto da qui.






giovedì 8 novembre 2012

Il tempo è un bastardo.

Il tempo è un bastardo di Jennifer Egan ha vinto il Pulitzer per la letteratura 2011: è un romanzo in movimento, ambientato in tempi cronologici sfalsati (abbondano i flashback ma pure dei curiosi flashforward), che si snoda attraverso racconti da parte di più voci narranti che vanno a comporre il quadro dei due protagonisti, Bennie, discografico di successo, e Sasha, sua assistente dal passato irrequieto. 
Sembra complesso, ma non lo è: proprio quando pensi di aver perso il filo ti accorgi, invece, di aver aggiunto un nuovo tassello alla storia.

Diversi critici, e pure babyP, sono stati colpiti dalla modalità comunicativa tramite power point: in effetti, un capitolo di slides all'inizio spiazza un po', ma poi risulta essere fluido e denso come il resto della narrazione. 

La figlia dodicenne di Sasha condensa su slides il suo punto di vista sul mondo. 
Una è dedicata a una foto di sua mamma da giovane, in pieno periodo turbolento.



Sasha nella foto
La faccia è sottile e graziosa, come il musetto di una volpe.
I capelli sono rossissimi e tutti arruffati.
E' per strada con un po' di persone, tra cui la rockstar (prima che ingrassasse).
La didascalia dice: "Davanti al Pyramid Club, primi anni '90".
Con la bocca mamma sorride, ma gli occhi sono tristi.

Non faccio che pensarci: guardo le mie foto di fine anni '90 e immagino babyP dodicenne che mi scruta, mi giudica, confronta quella ragazza con quella che sono diventata (e il tempo, lo diceva anche Bergson, è un "concetto bastardo"). 


Foto d'archivio a cui potrebbe accedere babyP.


La slide di babyP.


Quello che spero è che concluda con le parole della ragazzina del romanzo, perché coincidono col mio desiderio più forte: essere una persona che le piacerebbe conoscere. Oggi, e pure tra 11 anni.




mercoledì 31 ottobre 2012

L'atopia di Socrate.

Adoro Socrate
I miei studenti ridacchiano un po' quando descrivo il suo aspetto bizzarro (naso camuso, occhi sporgenti, pancia prominente, piedi nudi sia d'estate sia d'inverno), e s'interessano pure della sua vita sentimentale, così racconto di Santippe, moglie perennemente sull'orlo di una crisi di nervi, con tre bambini, esclusa dalla vita politica e culturale di Atene (come tutte le altre donne), abbandonata dal filosofo che, invece di lavorare e portare due soldi a casa, perdeva tempo a interrogare e confutare. 

Anche il processo a Socrate li coinvolge, e più di tutto il fatto che muoia con un cocktail di cicuta ("com'è la sensazione? cosa si prova? la vendono? sballa?"). 
La spiegazione filosofica per la quale lui accetta serenamente l'ingiusta condanna a morte, li lascia basiti. 

C'è un atteggiamento di Socrate, in particolare, che mi affascina: la sua atopia (dal greco: senza luogo).
Ha trascorso una vita frenetica (e discuti, e fai cambiare idea, e ironizza, e insegna senza insegnare, e fai pure un terzo figlio a quasi settanta anni), ma ogni tanto non ce la faceva più: si bloccava, e si isolava mentalmente dal resto del mondo. 

Platone, nell'apertura del Simposio, riferisce di Socrate che si sta recando al simposio (una sorta di party radical chic) a casa del poeta tragico Agatone.
Nel vestibolo della casa si ferma. Il padrone di casa si scoccia, ma un discepolo di Socrate lo difende: "Lasciatelo stare. Ha quest'abitudine: talvolta si isola, dove gli capita, e sta lì immobile. Verrà presto, io credo. Non turbatelo, dunque, lasciatelo stare":
Socrate si estraniava, raccogliendosi in pensieri profondi, forse in contatto col suo "demone" personale, o forse maledicendosi per quella vita difficile, con la moglie bisbetica, i discepoli appiccicosi e i nemici potenti che non vedevano l'ora di trovare una scusa per farlo fuori.

Per la maggior parte dei suoi contemporanei l'atopia del filosofo era solo un'ulteriore conferma della sua stramberia, ma il loro giudizio era superficiale. 
Io e babyP ti capiamo, o Socrate, e non solo, portiamo avanti il tuo essere senza luogo. Siamo dislocate.

BabyP, a volte, è così dentro di sé a meditare come va questo mondo, o se ci siano alternative a questo mondo, che se la chiami, fa un salto di dieci metri per lo spavento. 
E io mi blocco, con l'occhio vitreo e l'espressione trasecolata, davanti alla metro che passa, alla bollatrice della scuola, alla lavagna sul più bello della lezione, alla pappa fumante di babyP, alle giostrine dei giardinetti.


Tipico esempio di atopia. Ai giardinetti.


Io e babyP siamo seguaci fedeli di Socrate, spaesate di fronte alla vita che senza ricerca non è degna d'essere vissuta

giovedì 25 ottobre 2012

Citazioni filosofiche.

Se volessi diventare una prof popolare aprirei le mie lezioni scrivendo una citazione filosofica d'impatto sulla lavagna. Peccato che al vertice della top ten dei miei studenti ci siano le seguenti citazioni:
1. "Solo dal caos può nascere una stella danzante" (Nietzsche)
2. "Il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce" (Pascal)
3. "La misura dell'amore è amare senza misura" (Sant'Agostino)
Le mie allieve, in particolare, studiano filosofia per postare citazioni su Facebook.

A BabyP piace tanto "Il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me". 
Le piace Kant, forse per via di quella caratteristica che hanno in comune: l'essere abitudinari. Quando Kant passeggiava per Königsberg i suoi concittadini regolavano l'ora in base al suo passaggio, sempre puntuale, sempre per la stesso viale. 
In quella citazione, che si trova nella conclusione della Critica della Ragion Pratica (e pure come epitaffio sulla sua tomba), riassume ciò che gli riempie l'anima "di ammirazione e di venerazione": il cielo stellato sopra le nostre teste è inconoscibile da noi, piccoli e finiti, ma lo possiamo pensare, ammirare e tendere un po' più in là. La legge morale, assoluta e incondizionata, è dentro di noi, precisamente nella nostra ragione, e bisogna fare molta attenzione a non farci guidare da ciò che proviene da altro.

Ecco, è dentro di noi che si prova la libertà delle stelle.

Domani parlerò delle stelle che muoiono all'alba, quando aspetto il pullman, e delle stelline che piacciono tanto a babyP. 
Dirò la verità: io, a differenza di Kant, non sento alcuna conciliazione dentro di me, alcuni miei desideri sono ancora lassù, de-sidera (dal latino: dalle stelle).

E i miei allievi, rapiti dal mio sproloquio, mi chiederanno: 
"Ma chi ha scritto Siamo angeli con un'ala sola: per volare dobbiamo stare uniti? Kant???!".


Le stelline di babyP: segno tangibile di un desiderio realizzato (per me, lei e per lei, mangiare).




sabato 20 ottobre 2012

Essere una mamma prof filosofa.

Essere una mamma-prof-filosofa significa arrivare il sabato mattina al ridente paesino dove s'insegna, e rimuginare che sono solo le 7 e si è sveglie già da due ore, e annusare nell'aria fresca l'odore caldo di babyP che dorme ancora.

Essere una mamma-prof-filosofa significa viaggiare sempre, rimettere in discussione continua le proprie convinzioni, e quindi godersi il caffè con gli altri colleghi sventurati, e sentirsi pure bene, nonostante tutte le ingiurie rivolte la sera precedente al "sistema-scuola".

Essere una mamma-prof-filosofa significa spicciarsi col caffè per poter stampare i compiti in classe, riordinare nel cervello Cartesio, la I guerra mondiale, Las Casas e ripensare a babyP e ai suoi sogni (e dare una sbirciata al cellulare perché magari il latte è finito, o a babyP è peggiorato il raffreddore, o si è svegliata e ha imitato un nuovo verso degli animali).

Essere una mamma-prof-filosofa significa far fermare i colleghi, mentre si sta raggiungendo la scuola, e obbligarne uno, stupefatto, a scattare una fotografia.


Essere una mamma-prof-filosofa significa anche rimbecillirsi, e non trattenersi dal farsi scattare una fotografia, da mostrare a babyP, mentre si fa cucù dietro un gelato.

giovedì 11 ottobre 2012

BabyP è epicurea. Io no.

Epicuro risulta simpatico a tutti.
Innanzitutto non era snob come gli altri filosofi: aveva aperto le porte della sua scuola del "giardino" a tutti, comprese donne e schiavi. Vivevano in maniera comunitaria, lontano dai tumulti e dai pettegolezzi di Atene, e secondo i principi filosofici dell'amicizia, della libertà e della frugalità.
Il suo pensiero, poi, è terapeutico: non solo ci spiega come guarire dalle paure, ma ci svela anche qual è la via per essere davvero felici.

La felicità è il piacere, ma non il primo che ci passa per la mente.

Epicuro invita a un calcolo razionale dei piaceri per evitare l'inseguimento di un piacere che non porterà mai a un progetto di felicità.
Potremmo classificare i piaceri in:
1) non naturali e non necessari (potere, ricchezza, fama)
2) naturali ma non necessari (bere champagne, mangiare a un ristorante "stellato", avere una liaison con Johnny Deep)
3) naturali e necessari (amicizia, libertà, pensiero, bere e mangiare sobriamente)

La mia lista, hic et nunc:

a. iPhone 5: abbandono definitivo dei miei cellulari in offerta a 59.90
b. piscina in casa per riuscire a nuotare e lavare via i pensieri
c. scuola modello-Svezia ma a 5 minuti da casa
d. stuolo di tate, collaboratrici, cuoche sopraffine; un maggiordono/general manager della mia vita
e.aperitivo -lungo, lunghissimo- con le amiche
f. il faccino del '99, e pure la mise spagnola
g.tramezzini di Miretti
h. leggere, leggere, leggere. indisturbata in mezzo al mare



Analisi della lista dal punto di vista epicureo: il mio progetto di felicità risulta essere infondato. 
I piaceri a), b), d), f), g) appartengono alla categoria dei più turpi piaceri, surrogati di quel che veramente desideriamo, ma non abbiamo.
I piaceri c), e), h) rientrano sì nei desideri naturali (svolgere decentemente il proprio lavoro, l'amicizia, il leggere) ma macchiati da condizioni non necessarie (la Svezia come modello scolastico in Italia? le amicizie utili solo per bere birre e strafogarsi di pizzette? la lettura nel silenzio del mare e non alle 6 in pullman mentre si sta andando a lavorare?).

La lista di babyP:

a. Amicizia sincera e disinteressata.
b. Pasto frugale di briciole ("mandami un pentolino di cacio perché possa scialare un po'")
c. Anelito alla libertà.
d. Pensiero puro.



Analisi dal punto di vista epicureo: il progetto di felicità di babyP risulta essere corretto, equilibrato, fonte di futura soddisfazione per la mamma. Tutti i desideri, infatti, sono catalogabili tra i piaceri naturali e necessari.




sabato 6 ottobre 2012

Achille e la tartaruga.





La disputa tra eraclitei, sostenitori della realtà che scorre incessantemente (panta rei) e i parmenidei, assertori dell'immutabilità del mondo, coinvolge i miei studenti da giorni. Sono elettrizzati, come fossero davanti a SkySport (i maschi) o ad Amici (le femmine).

Tale è l'entusiasmo che non vedo l'ora di concludere i presocratici, ecco; peraltro se li hanno catalogati come "pre" socratici un motivo ci dev'essere: il bello deve ancora venire (e prefiguro ai miei riottosi studenti scenari fantasmagorici, con Platone che fluttua nell'Iperuranio, Socrate che beve cocktail di cicuta ed Epicuro che offre un quadrifarmaco per guarire dalle paure).

Mi è toccato Zenone oggi: l'allievo di Parmenide, pur di sostenere il suo maestro, elabora dei paradossi, ovvero delle argomentazioni per assurdo. Il più noto è quello di Achille e la tartaruga: Achille “piè veloce” non raggiungerà mai la lenta tartaruga partita in vantaggio in quanto, prima di raggiungerla, dovrebbe coprire la serie infinita di intervalli di spazio che li separano.

"Ooooh, prof, ma è assurdo!!!" ("Sì, appunto: è un paradosso.")
"Ooooh, prof, ma si drogavano 'sti filosofi?" (domanda ricorrente: devo indagare seriamente sull'uso di sostanze psicotrope da parte degli amanti del sapere.)
"Prof, non la capiamo 'sta filosofia: possiamo rimandare la verifica?" 
"Prof, ma almeno si è suicidato? C'è un po' di violenza?" 
"Prof, la vita è un paradosso." ("Ah, bene, argomenta la tua affermazione". Silenzio.)


Soluzione casereccia del paradosso. BabyP (barando: si fa tenere per mano) non viene mai raggiunta da sua mamma che, a fine giornata, non ce la fa più a starle dietro.

Confutazione del paradosso: il movimento esiste, eccome. Stamattina ho battuto tutti, "piè veloce" che non sono altro... ma dove sono gli altri concorrenti?
Confutazione della confutazione del paradosso: il movimento non esiste in quanto non esiste traccia di umanità con cui gareggiare, alle 5.44 del sabato.







mercoledì 3 ottobre 2012

Fare la prof a casa dell'Elettore Palatino.

Spinoza, uno dei pochi che per filosofare in pace dovette pure lavorare (faceva lenti), ricevette nel 1673 la seguente missiva:

"Illustrissimo signore, il mio clementissimo signore, il serenissimo Elettore Palatino, mi ordina di scrivere a voi, a me finora ignoto, ma apprezzatissimo dal serenissimo Principe, per chedervi se accettereste l'ordinaria professione della filosofia nella sua illustre Accademia. (...) Avrete la più ampia libertà di filosofare, della quale il Principe confida che non abuserete allo scopo di perturbare la religione pubblicamente professata. (...) Questo solo aggiungo, che, se verrete qui, trascorrerete piacevolmente una vita degna di un filosofo, a meno che non accada tutt'altro di ciò che è nella nostra speranza e nella nostra opinione. Vi porgo, illustrissimo signore, i miei saluti. Vostro osservantissimo J. Lodovico Fabritius, Professore dell'Università di Heidelberg e Consigliere dell'Elettore Palatino. Heidelberg, 16 febbraio 1673"

E lui, spiantato scomunicato sfiorato da un omicidio, che fece? Rifiutò, preferendo la libertà della ricerca all'attività d'insegnamento: 
"(...) Infatti, se volessi dedicarmi all'educazione dei giovani, dovrei in primo luogo rinunziare a far della filosofia. In secondo luogo, io non so entro quali limiti debba intendersi compresa quella libertà di filosofare, perché io non sembri voler perturbare la religione pubblicamente costituita (...)".

Io, invece, opto per l'insegnamento, ma nell'Accademia del serenissimo Principe; vanno pure bene i palazzi, i castelli, le villette a schiera di Illustrissimi vari. Faccio eccezione per i paesi scandinavi: non voglio prendere la polmonite, e morire come il povero Cartesio che la regina costringeva a dare lezioni alle 5 del mattino, d'inverno, a Stoccolma.



Ho come l'impressione che nel Palatinato mi sarebbe andata meglio. La libertà del filosofare, all'interno della tipica scuola italiana, è ostacolata dal giallo uovo delle pareti.

BabyP, esasperata dai lamenti sulle brutture della scuola, cerca di forzare il cancello di un castello affinché io possa insegnare come se mi trovassi a casa dell'Elettore lucentissimo, tra stucchi dorati e affreschi mitologici.